martedì 15 luglio 2014

Il video della settimana - 29/2014 - ChumbaWamba


Estate: tormentoni!

Pensa che ho scoperto che il gruppo britannico punk-rock degli Chambawamba è stato attivo per 20 anni...

Io, come quasi tutto il resto del mondo, me li ricordo per la canzone che condivido questa settimana: Tubthumping, meglio nota come I get knocked down.


Uscita nel luglio del 1997 ha scalato le classifiche di molti paesi, pure quella della rivista Rolling Stone sulle canzoni più fastidiose: n. 12!

Dice che non bisogna arrendersi di fronte alle difficoltà - mi buttano giù ma mi rialzo - un luogo comune che va sempre bene.

Mi fa venire voglia di pogare come una scema... vecchia punk che non sono altro!

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lunedì 14 luglio 2014

Una gita nel passato e nel trapassato - Campo di Brenzone

Vi capita mai di aver frequentato spesso un posto e poi per tutta una serie di circostanze non esserci più andati per anni e anni?

Sabato ho portato mio marito a visitare Campo di Brenzone, un vecchio borgo sul Lago di Garda, dove l'abbandono da parte dei suoi abitanti era iniziato già alla fine dell'ottocento.

L'ultima volta che c'ero stata era almeno trent'anni fa, con la mia compagnia di allora.
Partivamo in auto o in moto da Verona, pranzo al sacco nello zaino e finivamo spesso qui, sopra Castelletto di Brenzone, per passare qualche ora in un posto magico, fuori dalla confusione delle spiagge che pure sono a poche centinaia di metri.


Campo si raggiungeva solo a piedi, o a dorso di mulo un tempo, dopo una mezz'oretta di camminata abbastanza erta.
La mulattiera era, ed è, lastricata di pietre lisce per il passaggio delle tante slitte che trasportavano legno e olive e masserizie varie tra il paese e la costa sottostante.
Adesso le poche persone che tengono in vita un minimo di attività, riescono ad arrivare con piccoli fuoristrada.

Si sale attraversando terrazze con muretti a secco piene di vecchi olivi e lo sguardo si perde verso il Lago di Garda che qui si vede in tutta la lua lunghezza.


Poi ci si ritrova nel borgo, dove le case, o meglio quel che ne rimane, circondano il cosiddetto Castello, e si intuisce com'era quando c'erano anche i tetti ed i pavimenti, i sottoportici e i balconi.

Un paio di artisti espongono qui stabilmente e un altro paio di fortunati mortali vivono in modo semi permanente nelle poche case ancora abitabili.
Un'associazione gestisce una specie di punto di ristoro dove ti fanno il caffè con la moka e chiedono in cambio un piccolo contributo per salvare il paese.



Infatti ci hanno raccontato che vengono organizzati alcuni eventi, tipo la notte di San Lorenzo, oppure i presepi nel periodo natalizio.

C'è una piccola chiesa e una fonte, ci sono un paio di orti e poi basta.


La signora Olga, figlia e nipote di vecchi abitanti del luogo, ci ha fatto vedere le foto di una volta e visitare la sua casa, piena di ricordi.


E' stato proprio un bel tuffo nel mio passato e nel passato di questo paese, così pieno di lentezza e silenzio e cose semplici.


Il posto ideale per artisti.
Tipo un fotografo che conosco, che ha scattato decine e decine di Polaroid...





martedì 8 luglio 2014

Archeologia degli armadi




Si inizia così, senza troppo impegno, pensando a cosa eliminare tra tutti i vestiti che non si mettono più. 

Già che si è lì si riordina qualche ripiano, si fruga in qualche borsa, si riprendono in mano accessori accatastati sul fondo.

Il risultato della spedizione odierna nella parte sinistra del mio armadio ha prodotto in me reazioni contrastanti: divertimento, sorpresa, nostalgia, fino alla solita punta di tristezza.


 
Per esempio nel ripiano sopra i cassetti avevo ammonticchiato tutte le scatole dei vari gioielli e orologi e bigiotteria varia che ho ereditato o che mi sono stati regalati nel corso degli anni.
Le avevo tenute perché sono obiettivamente belle, così rigide, magari di pelle o di raso, alcune di legno, imbottite di velluto, con i nastrini colorati per chiuderle.
Ho riempito un sacco solo con quelle, tenendone solo quattro o cinque e racchiudendo in una di loro le varie garanzie trovate.  

Il ritrovamento più tenero è stato quello del primo dentino da latte di mia figlia. 
Quando glielo ho detto ha commentato con un bel “che schifo!”.   
Capirà fra qualche anno…

Poi c’era la questione “campioncini”.   
Decine e decine di bustine di creme da giorno, notte, corpo, contorno occhi, solari e poi shampoo e balsamo, colluttori, detergenti intimi e tonici.
Quasi tutti scaduti.

Fialette di profumi.  Almeno 25, di ogni marca. 
Io che non uso mai il profumo ho pensato seriamente di buttarle. 
Per adesso le ho liberate dall’involucro di carta e radunate in una tasca di un mini beautycase, insieme ai campioncini rimasti.

Sacco per la Caritas pieno di maglie con strass e perline, bluse operate ed altri reperti da serate anni ’90.
Cinture: ma quanto brutte!  Un collo di pelliccia. Non si sa mai, teniamolo.

Almeno cinque completi da tennis con decine di calzini col mini pom pom dietro.
Quello bianco, una volta aperto, ha mostrato le righe gialle della piegatura come le lenzuola di lino ereditate da mia nonna…

Costumi da bagno: il disastro.  Si vede che sono anni che non andiamo al mare!
Tre o quattro di quelli più vecchi appena presi in mano si sono letteralmente sbriciolati dove passava l’elastico.
Mi è venuto in mente quando è stata aperta la tomba di Tutankhamon e alcuni oggetti si sono polverizzati al contatto con l’aria…

Calze e collant di ogni tipo. 
Soprattutto da sera, con paillettes, con la riga, con decorazioni varie: messi una volta e finiti in fondo al cassetto per decenni.
Le calze del mio matrimonio: color cipria tutte operate a ramages. 

Gli scaldamuscoli ed i body di quando facevo aerobica!  Bei tempi…
Ma anche i mutandoni contenitivi per il dopo parto e un paio di reggiseno push up con una specie di cuscinetto molliccio e fluttuante all’interno,  che non ho mai avuto il coraggio di indossare.
Con tutte ‘ste tette mi facevo impressione da sola!

Alla fine più che buttare ho riordinato.   
Perché se avessi davvero buttato sarei rimasta con le dieci cose che metto sempre e mi sarei depressa.

Così mi sembra di avere un sacco di opzioni e poi adesso mi gioco anche la carta figlia: le ho rifilato un top giallo canarino che non mettevo dal 1985.
Metti che si decida anche a giocare a tennis e sono a posto!
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lunedì 7 luglio 2014

Il video della settimana - 28/2014 - Mungo Jerry

Ecco uno dei primi tormentoni estivi che ricordo.

E' un ricordo in bianco e nero e mi è sembrato strano vedere il video a colori...

Questa canzone è stata portata al successo dal gruppo britannico Mungo Jerry nel 1970 ed in pochi mesi ha scalato le classifiche di tutto il mondo.

Sembra che sia la canzone estiva più suonata di tutti i tempi e ad oggi ha raggiunto 30 milioni di copie vendute.


 

L'ha composta Ray Dorset, quella specie di anello di congiunzione tra l'uomo e la scimma, frontman del gruppo.

Wikipedia dice che sono ancora in attività, ma qualsiasi altra cosa abbiano fatto non ha mai raggiunto il successo di In the summertime.

Nei miei ricordi di bambina resta indelebile il fatto che soffiavano dentro a una bottiglia.


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venerdì 4 luglio 2014

Nata il 4 luglio

La mia migliore amica, la Elena, quella che adesso si chiamerebbe BFF e ne avrebbe ben donde visto che ci siamo conosciute 40 anni fa.

Oggi sono andata a trovarla per farle gli auguri ed inevitabilmente i discorsi sono finiti lì, su quanto tempo è passato e poi l'arrivo di sua madre ha dato la mazzata finale.

Sua madre era una vera bellezza, piccolina con due enormi occhi verdi e un modo di fare così simpatico e soprattutto così diverso da quello della mia.

La prima volta che l'ho vista ero coperta di fango perchè in piedi sul portapacchi della Graziella guidata dalla Elena ero malamente caduta dentro all'unica pozzanghera di una caldissima estate veronese.

Mi ha accolta, ripulita e mi ha offerto una delle mille gazose che ho bevuto nel corso degli anni a casa sua.
Un altro must dei lunghi pomeriggi passati tra studio e chiacchiere era la pausa "Pocket Coffee" o "cucchiaiata di Nutella", a seconda di quante pagine di diritto dovevamo imparare a memoria...

Io nei ricordi della mamma della Elena sono rimasta la ragazzina di allora, allampanata e con i lunghi capelli con la riga in mezzo. Tanto che pur avendoli tagliati nel lontano 1982 lei mi chiede sempre "ma quand'è che ti sei tagliata i capelli così corti?".  Se non lo facesse mi preoccuperei.

Londra 1980
Con la Elena abbiamo condiviso tutto, ma veramente tutto.
Esperienze memorabili, momenti bui, confidenze, tante confidenze.
Gli esami, vivere a Londra, cercare lavoro, innamorarsi, soffrire, tradire ed essere traditi, cercare casa e arredarla, la carbonara e il frullato di anguria, una multa di 2000 lire perchè eravamo in due sul suo Ciao. Bastarda vigilessa, quanto l'abbiamo odiata!

Siamo state l'una la testimone di nozze dell'altra, abbiamo tenuto in braccio i nostri figli neonati, abbiamo pianto i nostri padri portati via da lunghe e dolorose malattie.

Due figlie uniche sorelle.

Durante gli anni ci siamo fatalmente allontanate, ma è stata solo una questione logistica.
Basta che ci ritroviamo e siamo sempre e solo noi, non servono tante parole.

E' sempre come allora, come quando lei saliva alla fermata di Piazza Vittorio Veneto e si andava a scuola chiacchierando di tutto e di niente, incastrate in fondo al bus con i vetri appannati.

Solo che allora i problemi ce li risolvevano i nostri genitori e noi sognavamo di fare le hostess...

La realtà è molto più dura adesso, soprattutto per lei.
Io le auguro veramente il meglio. Buon compleanno amica mia!


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giovedì 3 luglio 2014

I cartelli dei miei viaggi - 2

Cercando e cercando ecco che ho trovato lo spunto per un altro post sull'argomento  de "Il senso dei miei viaggi" lanciato questo mese da Monica di "Idee di tutto un po'".

Le mie foto sono tre "americanate" nel vero senso della parola.

La prima è scattata a Rawhide Wild West Town, un fintissimo villaggio vicino Phoenix in Arizona.
Sparatorie dai tetti del saloon, assalti alla diligenza, suonatori di banjo e cow boys.
Ti imprestano anche una padella metallica per setacciare la sabbia del ruscello e cercare le pepite.
Sembra di essere dentro a uno spaghetti western anche se invece il West è quello vero...




La seconda foto è stata scattata nella Chinatown di San Francisco in California.
Tutte le costruzioni e perfino i lampioni hanno il tetto a pagoda.
Tutto è coloratissimo e pacchiano, sovraccarico e chiassoso.
Ho mangiato molto bene però.



La terza foto è la dimostrazione di come uno stupido cartello possa rovinare una foto.
L'agenzia immobiliare avverte che il cantiere è aperto e visitabile rovinandomi il profilo dell'Oak Creek Canyon, in Arizona.
Per fortuna andando avanti i cartelli spariscono e la natura con le sue meraviglie prende il sopravvento.









Appuntamento al 10 di Luglio per il post riassuntivo di Monica e al 20 per il nuovo tema.
Cosa dovremo cercare nei nostri archivi fotografici?
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martedì 1 luglio 2014

Approccio fotografico 2.0



Mi capita spesso, per esempio nei giorni scorsi, di dover cercare vecchie foto per illustrare qualche post.

Quando dico vecchie parlo proprio di anni e anni fa, diciamo dagli anni ’60 in poi.
E non le trovo.

All’inizio pensavo che fossero andate perse tra i vari traslochi e la svagatezza (eufemismo) di mia madre.

Invece sono quasi sicura che non siano mai state scattate.

Ho analizzato questo fenomeno: io ricordo gli eventi del passato ma ragiono con la mentalità di oggi.  Penso in logica “smartphone” o almeno in logica digitale.

Invece bisogna tornale all’epoca dell’analogico. 

Quando fare una foto non era una cosa banale. 
Quando ogni scatto richiedeva almeno un minimo di preparazione e, nel caso di mio padre, un massimo di preparazione.

Non si scattava “a cazzo”.

I rullini costavano. Lo sviluppo costava. I telai delle diapositive costavano.
Doveva valere veramente la pena di fare una foto.

Per mio padre anche la classica foto ricordo doveva mostrare il più possibile il luogo e solo in lontananza e defilate me e mia madre. Lui non compariva mai.

Così non esistono foto di ristoranti, di svaghi in campeggio, di negozi, di cibi. 
Solo una seria documentazione dei luoghi visitati. 
Qualche ritratto di personaggi tipici. Nessun doppione.

Io e mia madre nell'unica foto panoramica scattata a Barcellona...

Dove adesso faremmo centinaia di scatti, tipo a Versailles o a New York, ecco che posso racimolare una trentina di foto. Tutte molto belle ma…che miseria!

In fondo anch’io mi sono comportata così prima dell’avvento del digitale.
La nascita di mia figlia, il suo battesimo.  Le prime vacanze.  Le foto sono pochissime.

Per non parlare degli anni precedenti quando parlando di qualche avvenimento penso: “sì, dovrei avere una foto di quella volta”.

I rullini restavano nella macchina fotografica anche per dei mesi e quando li facevi sviluppare ti ritrovavi le foto di Natale assieme a quelle di Pasqua. Era normale.

Così mi rammarico per tutte le volte che non ho scattato una foto, che adesso trovo solo nella mia testa e non sulla carta.

Sono - siamo - passati da un estremo all’altro.  

Quanti scatti inutili ogni giorno.
Tutto merita davvero di essere fissato in una foto?
Tanto non costa nulla e allora vai.

Centinaia di file .jpg intasano le memorie dei nostri computer e non c’è più il piacere di sfogliare un album e ripensare al momento preciso in cui quella foto è stata scattata.

Fino ai trent’anni più o meno io ho raccolto tutte le mie foto in diversi album. 
Vi aggiungevo anche “pezze” di appoggio, tipo biglietti di ingresso, scontrini, ritagli di giornale e perfino qualche monetina o qualche tappo di bottiglia.

Ricordo che le mie cugine quando venivano a trovarmi dicevano sempre: “dai, guardiamo le foto!” e le commentavamo insieme con grande piacere.

Adesso invece siamo praticamente costretti a guardare le foto di tutti. 
Siamo catapultati da una spiaggia tropicale a un tratturo abruzzese, passando per la discoteca di grido e il parco giochi di periferia, senza un senso, senza averlo veramente voluto, tra mari in discesa e foto di gruppo in cui non conosciamo nessuno.

Un bombardamento di immagini, alcune anche molto belle in verità, che vengono fagocitate subito da altre in un continuo refresh che inghiotte tutto e lascia pochissimi ricordi.

È il solito discorso: indietro non si torna, né per recuperare foto mai scattate, né per cambiare questo presente trascorso più a fotografare che a vivere gli eventi oggetto dello scatto.

Io ho cercato di darmi una regolata, ma ci ricasco spesso e volentieri.   
E’ troppo facile, troppo comodo, troppo perfetto per questo mondo narciso, poter scattare in ogni momento una foto.

Solo un tipo di foto non ha fatto breccia in me: il selfie.  Almeno quello!
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