sabato 31 marzo 2012

La guerra nelle foto - Robert Capa

Terzo appuntamento con la grande fotografia. 

Dopo Henri Cartier Bresson ed Ansel Adams stamattina è stata la volta di Robert Capa, in esposizione agli Scavi Scaligeri fino al 16 settembre.

98 scatti che raccontano il lavoro di un grande fotoreporter, morto troppo giovane ma esattamente dove voleva essere: vicino alla scena da riprendere.

 “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino”.

Infatti è saltato su una mina antiuomo mentre riprendeva la guerra in Indocina, nel 1954.


Delle centinaia di foto che ho visto negli ultimi mesi, queste sono state decisamente le più toccanti. 
La paura e il dolore negli occhi delle persone fotografate è tangibile. 

La cruda realtà delle città bombardate e dei profughi in fuga è fissata per sempre in queste immagini che uniscono nello stesso dramma popoli lontani e guerre diverse. 

Dalle lotte dei partigiani antifranchisti all’invasione del Giappone in Cina, dalla liberazione di Parigi nel 1944 alla difficile nascita di Israele nel 1948. 

Facce impaurite, mamme disperate, poveracci in mezzo a cumuli di macerie, ma anche volti speranzosi e maree di persone che gioiscono alla notizia della liberazione.  

I sentimenti sono così autentici. Non è un film. 

L’americano ucciso da un cecchino in Francia ha il sangue che scorre lungo il braccio che sembra allargarsi in una pozza sotto i nostri occhi. 

Il miliziano spagnolo che cade imbracciando il suo fucile sta morendo ancora in questo momento.

Mi sono commossa.  Fatti accaduti prima che io nascessi erano lì a ricordarmi quanto siamo stupidi e cattivi. 
La triste consapevolezza che documentare queste brutture non serve a farle cessare.
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martedì 27 marzo 2012

Libertà di parola?


Quante volte nei film sentiamo citare il Primo Emendamento della Costituzione americana. 
Quello che tratta della libertà di parola, di culto, di stampa, di riunirsi pacificamente e di appellarsi al governo per correggere i torti.

Ebbene proprio negli Stati Uniti e più precisamente nella liberissima New York il Dipartimento dell'Istruzione ha inviato una lettera agli editori dei test scolastici delle elementari elencando una cinquantina di parole vietate per il più folle dei motivi così di moda: il politically correct.

Si va da “dinosauro” che offenderebbe i creazionisti (ma chi sono?) a “divorzio” che turberebbe i figli delle coppie in crisi, a  “compleanno” perché i Testimoni di Geova non lo festeggiano a “schiavitù” per non denigrare l’origine degli afroamericani (guai a chiamarli negri…).

Chiaramente la cosa ha suscitato grande scalpore e credo che verrà ridimensionata quanto prima, ma quello che mi colpisce è che questo atteggiamento del politicamente corretto è diffuso ovunque e comincia veramente a stancare.

Si è passati dalla buona educazione, sempre gradita, al ridicolo, al falso buonismo, al giro di parole più offensivo della cruda verità.

Se per non fare gaffe ci autocensuriamo e non esprimiamo il nostro pensiero, come faremo a confrontarci con gli altri sinceramente? 
Come potremo costruire le nostre amicizie ma anche solo dei normali rapporti tra esseri umani, diversi ma non incompatibili? 

Un negro è un negro, un cieco un cieco e uno spazzino uno spazzino. 
Non è un’offesa, è solo la constatazione di un fatto.    

Come odio le cose fatte “per non offendere nessuno”.  
Atteggiamenti che non derivano dalla sensibilità e dal savoir faire, ma dall’opportunismo e dalla voglia di ottenere consensi unanimi.

I rapporti con gli altri sono fatti di selezioni continue.
Se so esattamente come la pensi, deciderò se essere tuo amico, tuo elettore, tuo collaboratore.
Non ci saranno malintesi.   
Non mi crogiolerò nell’illusione di essere “giovanile” anziché di mezza età o “sensibile” anziché pallosa piagnona.

Insegnare l’arte del conformismo linguistico e ipocrita già ai bambini, che da sempre erano considerati “la bocca della verità” è triste veramente. 

Cerchiamo di risolvere i problemi, di accettare le differenze e la realtà anziché cambiargli solo il nome.
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domenica 25 marzo 2012

La foto della domenica - 25/03/2012

Questa volta partecipo anch'io all'iniziativa del blog BimBumBeta "Foto della domenica" ed anzi, ne pubblico più di una!

Questa mattina abbiamo abbiamo tirato fuori finalmente le biciclette dopo il riposo invernale e ci siamo avventurati per i campi di pesche che circondano il nostro paese.

Adesso si è annuvolato e c'è un vento piuttosto forte, ma prima era veramente piacevole pedalare in mezzo ai fiori.



Per me...il fiore più bello!





Anche il fiore di tarassaco può essere magnifico
La semplicità di un Nontiscordardime















Ciaoooooooo !!!
 Buona domenica!
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sabato 24 marzo 2012

Evoluzioni o involuzioni?

Via Mazzini a Verona è la strada dei negozi e dello “struscio”.    
Io, dall’alto della mia veneranda età, ho seguito tutti i cambiamenti e le ristrutturazioni.

Una volta, diciamo negli anni ’80, era la strada dei negozi di scarpe.   
C’erano poi dei punti fermi per i veronesi, tipo il grande negozio di tessuti o quello di biancheria di lusso.

La birreria Forst, il caffè Motta, la libreria Ghelfi & Barbato, la farmacia alle Due Campane.

Riferimenti per tutti, luoghi dove ci si dava appuntamento. 

Un po’ alla volta tutto è cambiato e con il passare degli anni è diventata la via degli occhialai e poi quella delle mutande.

L’ultimo duro colpo per una nostalgica come me è l’annuncio della chiusura della libreria. 

E' accaduto quello che avevo tristemente raccontato nel mio post  del 7 gennaio: dopo più di 80 anni non ha resistito all’apertura di una megastore Feltrinelli a 20 metri di distanza.

E la dura logica del mercato si dirà. Ma è triste comunque.  

Invece dove una volta c’era  il Supercinema  ha aperto Kilo Fascion (sì, scritto proprio così).  
Un grande sotterraneo pieno di scarpe, borse e vestiti affastellati che si comprano a peso.
Uno deve avere l’occhio dello shopper scafato e molta fortuna per quanto riguarda le taglie disponibili e si porta a casa capi firmati a buon prezzo, come dal fruttivendolo.
Non occorre mettere il guanto di plastica trasparente, ma il sacchetto che ti danno è altrettanto brutto.

Mi sono adeguata, ho trovato una borsa e un vestito niente male, però c’è qualcosa che non mi piace comunque in questa evoluzione commerciale.

Il livello si è abbassato. Che pensiero snob.  Però è così che è andata.
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giovedì 22 marzo 2012

Sputare nel piatto dove si mangia


Lo so, ci sono molte notizie più importanti e soprattutto drammatiche, ma lasciatemi commentare questa:
Richard Gere rinnega Pretty Woman ed il suo protagonista.

Già mi fa tristezza vederlo oggi, incanutito e molliccio ai bordi, ma sentirlo anche fare dichiarazioni da buddista impegnato è veramente troppo.

Sei un attore, non un santone.
Che noia questi personaggi dello spettacolo che non riescono a separare il loro mestiere dal loro eventuale impegno sociale.

Pensano che siamo idioti? Che se interpretano un uomo senza scrupoli o un serial killer li condanneremo come persone? Sappiamo distinguere, credo.

Ha avuto la fortuna di incappare in questo piccolo gioiellino della commedia mentre era ormai finito come sex symbol. Ha guadagnato milioni di dollari e rilanciato la sua carriera.

Adesso viene a dire che il messaggio era sbagliato e che non ne vuole più parlare.

Ma pensa te: io che ero convinta che fosse così che funziona.

Che l'uomo d'affari freddo e calcolatore si innamora sempre della prostituta innocente, che entrambi cambiano in meglio e vivono a lungo felici e contenti.

Ci voleva lui che si pente per aprirmi gli occhi.
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Non sapere che pesci pigliare...

Oggi ho imparato una nuova parola: novellame. 

Sì perché, nientepopodimeno che il Commissario Ue per la pesca ha scritto una lettera ad Andrea Camilleri esortandolo a non far più mangiare al Commissario Montalbano il novellame di pesce.
Quello che io conoscevo come “bianchetti” o “gianchetti”.

Quando la realtà entra nella fantasia, se si può dire così. 

Esiste una legge di un paio di anni fa che vieta la pesca degli avannotti e quindi questa signora ha visto bene di prendersela con un autore che scrive storie che si svolgono molto prima di questa data e comunque sono di fantasia.

Sicuramente l’ha fatto con le più buone intenzioni, ma si sta muovendo in un terreno che non è il suo. 

Se iniziassimo a sindacare sui contenuti dei romanzi, probabilmente lo scenario finale sarebbe quello di Fahrenheit 451, dove i libri andavano tutti bruciati perché pericolosi.

Dai, facciamo una prova. 

Inizio io scrivendo a tutti gli autori di storie di vampiri di fargli bere solo sangue dei donatori, anzi sangue sintetico, in modo da non danneggiare in alcun modo l’uomo e neppure gli animali.

Bandirò ogni storia dove il protagonista si accende una sigaretta, da La coscienza di Zeno alle avventure del Commissario Maigret, perché il fumo uccide.

Obbligherò James Bond ad usare auto ecologiche e gli revocherò la licenza di uccidere, perché non sta bene; per non parlare del Martini agitato e non mescolato, che deve bere “con moderazione”.

E cos’è questa Burrobirra che i protagonisti della saga di Harry Potter continuavano a bere nonostante fossero minorenni? Bisognerebbe andare a fondo della questione; cosa dire poi delle caramelle “Mille gusti più uno” che potrebbero provocare la carie?

Per favore, lasciatemi stare i libri. 

Ci sono già così tante regole e proibizioni che riducono la nostra vita a una sequenza infinita di stupidi adempimenti.

Fatemi almeno estraniare con le storie inventate, invidiare i protagonisti e le loro trasgressioni, sognare fughe dalla realtà.

Tanto il libro poi torna sullo scaffale e noi torniamo ad essere dei bravi soldatini.
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martedì 20 marzo 2012

Ingiustizie primaverili

Insomma è ufficialmente primavera.

L’ha detto anche Google.

Come se non ce ne fossimo accorti.

Sono già una ventina di giorni che è tutto uno spuntare di gemme, un cinguettare di uccellini, uno sternutire continuo…

Il mio piccolo giardino è nel momento prima dell’esplosione, quando si intravedono i boccioli delle bulbose piantate in autunno, quando sta crescendo l’erbetta nuova, quando alcuni arbusti sembrano ancora morti ma invece guardandoli da vicino hanno minuscole gemme ad ogni nodo.

E’ innegabile che il risveglio della natura porti un senso di ottimismo e di continuità. 
Ci si scopre a fare facili metafore.  Dopo il brutto viene il bello. Quello che era morto ora è vivo. Nel mondo torna il colore.

Ma io non sono una pianta.  Non mi sono potata in autunno. 
Non mi stanno nascendo due svettanti tette nuove. La primavera non mi fa lasciare a terra la pelle vecchia come i serpenti e riemergere con una nuova radiosa livrea. 

Al massimo il primo sole mi fa comparire milioni di lentiggini. 
Lentiggini quando ero giovane, adesso il dermatologo le ha chiamate “lentigo senili” e mi ha consigliato creme con protezione 2000 e costosi trattamenti con il laser fraxel.

E’ irritante questa disparità tra noi e le piante.   
Al parco di Yosemite ho visto sequoie di oltre mille anni. Continuavano imperterrite a fare gemme nuove.   
Ma anche molti fiori e arbusti col tempo migliorano e si rinforzano.

Noi paghiamo il fatto che possiamo muoverci.  

Evidentemente siamo come i fiori recisi, già con la data di scadenza.
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venerdì 16 marzo 2012

Il gattino ritrovato

Nel mio post “Caccia al bronzetto” di ottobre avevo raccontato il mio incontro con le statuine di Franz Iffland, uno scultore tedesco nato nel 1862.

Avevo le mie due bambine sulla sedia, facenti parte della serie “Jolie chat”, ma mi mancava il gattino della seconda!

Nelle mie ultime visite ai vari mercatini avevo solo trovato un’altra copia come la mia, sempre senza gatto.

Avevo raccontato  la cosa a mia suocera, grande appassionata di oggetti d’epoca e collezionista compulsiva di pentole e oggetti vari di rame.

La sua casa, se possibile, è ancora più stipata della mia. 

Antichi stampi da budino, pesciere, calderoni, caraffe e colini.  
Ma anche soprammobili di ceramica e oggetti d’argento. Vecchie madie e dormeuse dell’ottocento, in un trionfo polveroso di antichità.

Lei abita a Padova, vicino a Prato della Valle dove, la terza domenica di ogni mese, c’è un bel mercato dell’antiquariato. 
Ovviamente è un’assidua frequentatrice, tanto da conoscere vari espositori e cercando cercando…ha trovato la statuina completa di gattino!

Le aveva ammirate a casa mia e le erano molto piaciute, così appena l’ha vista ha pensato di regalarmi il gattino e tenersi la bambina sulla sedia.

E poi si parla tanto male delle suocere…
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giovedì 15 marzo 2012

Rovinarsi crescendo

Aderisco, quasi fuori tempo massimo, ad una iniziativa che mi è piaciuta molto e che ho scoperto sul blog "Priorità e Passioni".

Si chiama "Rovinarsi crescendo" ed è stata lanciata l'anno scorso da un altro blogger e come capita spesso in questo passa parola virtuale io ci sono arrivata curiosando in giro.

Intanto ecco qua la mia unica foto in topless esistente e anche una delle poche con cappello.

Che dire? Mi faccio tenerezza. Così magretta e timida.
Linfatica, come diceva il medico.  "Deve andare al mare e nuotare". "Ha le alette (scapole) sporgenti!".

Lì sono in Spagna, a Torremolinos, durante una delle nostre lunghe vacanze in roulotte attraverso l'Europa.

Ero molto appiccicosa e volevo addormentarmi tenendo la mano di mia madre. Mio padre mi sgridava dicendo: "Basta con queste smancerie!".

Non ero molto felice...

Non so se mi sono rovinata crescendo, rughe a parte.

Sicuramente si è rovinato il rapporto con mia madre che ho iniziato a non stimare (eufemismo) quasi subito fino ad arrivare alla rassegnata sopportazione di oggi. 
La cosa peggiore che può dirmi qualcuno è che somiglio a mia madre. 
Se mio marito vuole ferirmi basta che mi dica che sembro mio madre.  Siamo a questo punto.

Sono diventata più cinica e nello stesso tempo sono ingenua come allora. 
Ho smesso di disegnare perchè sono diventata troppo critica.
Ecco, ho perso la spontaneità e l'incoscenza di allora. Ma credo sia normale.

Non sono di quelle persone che dicono di essere bambini "dentro".  Non ce la faccio.
Non mi diverto più così. Odio gli scherzi, sia farli che subirli. 
Prendo sul serio tutto e detesto la competizione.

Quello che mi è rimasto è la passione per i libri, per i luoghi silenziosi dove poter pensare, per gli animali, per la cotoletta e l'anguria.

Poi sono successe tante cose, ci sono stati molti incontri, viaggi, lavori, sogni e delusioni, traguardi superati.
Non è stata una rovina, solo una trasformazione.
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martedì 13 marzo 2012

Se Albione è depressa


Ecco l’ennesimo studio pseudoscientifico inglese di cui sentivamo la mancanza: “Se indossiamo i jeans significa che siamo depressi” (Corriere.it).

A me vengono in mente cento altre cose che denotano la depressione e non certo indossare un bel paio di jeans, avvolgenti al punto giusto, magari con una camicia bianca o una maglietta colorata.

I soldi sprecati dai britannici in queste ricerche sono per me fonte di turbamento.

Ma da loro non c’è la crisi? Non hanno problemi più gravi da risolvere?

I fondi per la ricerca non dovrebbero essere impiegati per studi su malattie incurabili o per scoprire nuove fonti di energia pulita?

Sono misteri. Come tante cose che li riguardano. 
Dal viaggiare dalla parte sbagliata della strada, al misurare le cose in pollici, iarde, galloni e altre diavolerie. 
Dagli orari in cui mangiano, a quello che mangiano. 

Chissà. Forse loro indossano davvero i jeans quando sono depressi.   
Che sia la mancanza di sole? Che sia colpa di Carlo e dell’orrenda Camilla? 
O del porridge?  In effetti è un piatto tristissimo.

Quando abitavo a Londra si stupivano di quanto io e la mia amica Elena fossimo solari e calorose, anche nel modo di salutare, di come abbracciassimo e baciassimo tutti sulle guance.  
Restavano rigidi e quasi allarmati per un attimo, poi sorridevano magnanimi ricordandosi che eravamo italiane. 

Alcune ragazze guardandoci dicevano: “Ah the sunny place of Italy! Ah, Italian men!”

Mi pare proprio che indossassero i jeans…
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lunedì 12 marzo 2012

Gli effetti della convivenza - 2

La sua collezione di Ferrari
La settimana scorsa il blog Atelier Buffo ha pubblicato un simpatico post con questo titolo ed io copio spudoratamente l’idea per raccontare la mia versione.

Quando si inizia a convivere, soprattutto se si è più che adulti, capita di avere già la propria casa arredata e ci si trova a dover concentrare in un solo appartamento tutto quello che si è accumulato in anni di sregolata vita da single.
I miei oggetti Thun, le sue
valvole e le radio di bachelite


Per prima cosa gli inevitabili doppioni che vanno da due lavatrici, due ferri da stiro con relativa asse, scope elettriche, macchinette del caffè, stenditoi e quant’altro. 
Pentole, piatti e posate, tovaglie e biancheria buoni per aprire un piccolo agriturismo, mollette, vasi per i fiori, ma anche phon, forbicine, annaffiatoi e portaombrelli.  

Noi abbiamo usato la politica del “mettiamo via per quando avremo la seconda casa”. 
Sono passati quasi vent’anni e molti degli esuberi sono ancora belli impacchettati e stivati tra cantina e ripostiglio…

Le mie foto e la sua radio
hanno la stessa età...

Poi c’è la questione più spinosa: arredamento, soprammobili, quadri e collezioni.

Probabilmente se ci si è messi insieme, si hanno anche gusti simili.
Questo aiuta moltissimo, ma non sempre tutto coincide. 
E’ inevitabile e anche auspicabile che ognuno abbia la propria personalità e soprattutto i ricordi del proprio vissuto.

Qui subentra un lavoro degno dei migliori diplomatici. 

Bisogna mediare tra l’orrore che ci provoca la sua collezione di bonghi e la ripugnanza che lui ha per le fantasie a fiorami rosa e le tazzine di ceramica inglese.

Il mio bronzetto, le sue macchine fotografiche
Bisogna accettare il suo orrendo set taglia barba e capelli vicino alle nostre belle candele profumate con le conchiglie.  

Ma, come diceva la blogger di Atelier Buffo, capita di apprezzare oggetti che mai avremmo pensato di metterci in casa. 
Si apre un mondo nuovo fatto di gusti diversi che senza fatica diventano anche i nostri.

Vecchi attrezzi ginnici...
A noi è andata così e devo dire che i nostri compromessi “arredativi” hanno portato ad un risultato che entrambi amiamo molto e che ci sembra tutto sommato equilibrato ed anche divertente.

L’unico problema sono i metri quadri. 
Non sono mai abbastanza, perché, se è vero che facciamo convivere le nostre passioni, è anche vero che nessuno è disposto a rinunciare al suo pezzetto di mensola o di muro.

Ci vorrebbe davvero la seconda casa! Sarà meglio insistere con il Superenalotto…
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venerdì 9 marzo 2012

The day after


Adesso che la festa della donna è passata, posso scrivere.

Non mi piace e non mi piace. 
Essere considerata alla stregua della vespa della Patagonia, una specie protetta. 
O una specie da tutelare come gli handicappati.   

Una poveretta che per poter ottenere quello che le spetta, ha bisogno di quote rosa, di leggi speciali, di incentivi, di “pari opportunità”.

Non dovrebbe essere così. 
E soprattutto queste norme, leggi, e quant’altro alla fine non risolvono il problema di fondo.

Anche se sulla carta magari otteniamo le stesse cose degli uomini, sotto sotto siamo sempre considerate di meno. 
Non diverse, che sarebbe normale, ma meno brave, meno colte, meno affidabili, meno intelligenti. Meno.

Unico modo per distrarre un uomo da questa certezza è avere delle grandi tette e approfittarne.
E fare di nuovo il gioco di chi pensa che se facciamo carriera è perché l’abbiamo data via a destra e a sinistra o che se stiamo insieme ad un uomo di successo è solo perché siamo brave a letto, ed altri luoghi comuni.

Sono abbastanza rassegnata in questo senso. 
Non ho più voglia di far polemica per tutte le piccole e grandi mancanze di rispetto che subiamo ogni giorno.

Mi accontento che almeno a grandi linee, la legge ci tuteli. 
Anche se, lo ripeto, non dovrebbe esserci bisogno di leggi per una cosa che è ovvia: siamo esseri umani e valiamo per quello che siamo e sappiamo fare, a prescindere dal genere.

Ormai abbozzo.
Non mi arrabbio se il concessionario da cui sono andata per scegliere la macchina nuova ha parlato sempre con mio marito e a me ha chiesto solo che colore mi piaceva. 
Se gli operatori di call center desiderano sempre parlare con lui, anche se la casa e tutte le utenze sono intestate a me. 

E’ normale. Noi siamo considerate degli accessori. 

Anche quando ero single ho avuto il mio bel daffare a convincere il notaio a guardare me e non mio padre mentre facevamo il rogito del mio appartamento, per non parlare dei venditori di mobili che mi dicevano sempre di parlarne a casa “con mio marito” prima di decidere.

Si va a comprare un computer, oppure del vino in enoteca.
Nessuno ti guarda in faccia se sei con tuo marito. 
Sei una graziosa appendice che nonostante abbia lavorato per anni in una software house o abbia il diploma di degustatore, non può sapere nulla “di queste cose da uomini”!

Sono stanca. 
Ormai mi limito ad infastidirmi e poi penso che i problemi veri li hanno quelle donne picchiate o peggio uccise solo perché hanno detto “basta”, o tutte le vittime di quei regimi dove non contiamo proprio nulla. Dove non possiamo nemmeno mostrare la faccia.

Oggi è un altro giorno, trucchiamoci  e stampiamoci un bel sorriso di circostanza. 
C’est la vie!
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mercoledì 7 marzo 2012

Terrore fisico

In questi giorni sto facendo i vari colloqui con i professori di mia figlia.
Voglio evitare la confusione dei colloqui generali e così quasi ogni mattina vado a scuola e parlo con uno di loro.

L’altro ieri  toccava al professore di fisica.

Sono passati molti, troppi, anni da quando ho finito la scuola e, soprattutto, io ho studiato fisica e chimica solo al biennio, essendo Perito Aziendale e Corrispondente in Lingue Estere.
Ho vaghissimi ricordi di circuiti elettrici e di leve. Fine.

Mi ritrovo davanti quest’ometto di mezza età, con gli occhialetti da presbite sulla punta del naso che in 30 secondi liquida la faccenda “figlia” dicendo che non ci sono problemi, la vedo attenta, se va avanti così tutto bene.

Potevo andare via subito. Perché non l’ho fatto? 

Perché sono la rappresentante di classe e così mi sono sentita in dovere di chiedergli come va in generale e di fargli presente qualche problema che era emerso prima dell’ultimo Consiglio.

Tipo che quello che spiega non si trova sempre sul libro o che dovrebbe coordinarsi con l’insegnante di matematica in modo che i ragazzi abbiano gli strumenti per risolvere i problemi che pone.

Riferivo. Non sapevo nemmeno di cosa stavo parlando.

In un attimo mi sono ritrovata adolescente, davanti al professore che spiega argomenti di cui non capisco nulla, che mi domanda cose che non so, che mi fa sentire un’idiota.

Non aveva altri appuntamenti e così per tre quarti d’ora ho subito una lezione di trigonometria, seno e coseno, triangoli rettangoli e rotaie per calcolare velocità e decelerazioni. 

Se avesse parlato in arabo sarebbe stata la stessa cosa. 
Ma annuivo e sorridevo comprensiva. 

Ogni tanto cercavo di chiudere la questione, ma mi diceva “aspetti, che non ho finito il discorso” e avanti con descrizioni di problemi che lui lascia sulla lavagna elettronica e che gli studenti dovrebbero scaricarsi sulla chiavetta, e su spiegazioni che da’ durante le interrogazioni delle quali bisognerebbe prendere appunti.

E mi chiedeva conferma, come se io capissi la logica delle sue argomentazioni.
Ero ancora ferma al triangolo rettangolo, unica luce nel buio totale in cui ero sprofondata.

Non so come, ma misericordiosamente il tempo è scaduto e, ringraziandolo per il lavoro che fa, l’ho salutato con un “cerchi di capirli, so’ ragazzi…”.

La prossima volta ci mando mio marito.
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