mercoledì 1 febbraio 2012

La teoria della felicità

Ecco uno spiraglio in questa grigia e gelida giornata: la lettura di questo articolo su Repubblica.it.

Dunque è così: invecchiando si diventa più felici.

Mah...io ero rimasta al famoso "invecchiando si diventa più saggi", però quasi quasi preferisco la nuova versione.

I soliti scienziati hanno fatto i loro bravi studi e hanno stabilito che l'età porta a selezionare i ricordi e le situazioni spiacevoli, a rimuoverli quindi a concentrarsi solo su ciò che fa star bene.

Mi pareva che questa fosse la classica "arterio sclerosi", la tipica demenza senile.
Quando un sorrisino ebete ti aleggia sul volto e ridacchi senza motivo.

Vedi che mi sbagliavo.

Quindi è logico pensare che avvicinandosi la decadenza e la morte uno sia più contento di quando era giovane.
Pare che la giustificazione data dagli studiosi sia che non si è più concentrati a raggiungere obiettivi impossibili, che non si perde più tempo a discutere, a progettare, a sognare.

Ma non si chiamava "rassegnazione"?

Io credo solo che la natura venga in aiuto e giustamente ci faccia un po' rincoglionire, in modo da consentirci di affrontare la vecchiaia senza suicidarsi prima.

Adesso come adesso, ma evidentemente sono ancora giovane (!), non vedo motivi di felicità in questa corsa innarrestabile verso la terza età, anzi, ridatemi pure tutti i problemi dell'adolescenza e i sogni di allora.

Rivoglio tutta l'infelicità dei miei sedici anni...dai facciamo cambio!
.
.
.

lunedì 30 gennaio 2012

The fix-it man

Ieri mattina, una domenica come tante, mio marito si è dedicato ad alcune riparazioni casalinghe.

Mentre stava cambiando il portalampada sotto un pensile della cucina, costretto in una posizione scomodissima, ho pensato di fotografarlo.
Era divertente, tutto piegato mentre imprecava cercando di non farsi venire il colpo della strega.

Ho pubblicato la foto sul sito di Casa Facile, così tanto per condividere una situazione domestica, mentre altre fan pubblicavano foto di paesaggi innevati fuori la loro finestra o di muffin appena sfornati.

E’ stato un delirio di “mi piace” e di simpatici commenti e complimenti. 

In effetti io sono la prima ammiratrice del talento da riparatore di mio marito. 

Mi allargo: per me è una cosa estremamente piacevole guardarlo mentre smonta, costruisce pezzi mancanti, collega fili, incolla, pittura e riporta allo splendore originale praticamente tutto quello che tocca.

Ha il dono di capire “come funziona” qualsiasi cosa.
Solo in casi estremi cerca i libretti delle istruzioni.
Uno dei primi ricordi bellissimi che ho della nostra storia è quello di quando l’ho guardato smontare e aggiustare un ferro da stiro. Che scema, eh!? 
Eppure le sue mani che si muovevano tra i pezzi sparsi sul tavolo sapendo esattamente dove e come riparare erano molto sensuali…

Col tempo io sono diventata la sua aiutante, in veneto “bocia de botega”, e l’ho assistito in molti lavori anche complessi: tutto l’impianto elettrico della nostra vecchia azienda vinicola, per esempio.

Da lui ho imparato il nome di attrezzi di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza.
Il significato di ogni colore dei fili elettrici.
Vernici, smalti e stucchi, diluenti, colle bi-componenti, chiavi a pappagallo, pinze dai becchi lunghi e cordelle metriche.

Mi ha fatto vedere come restaurare un mobile, partendo dall’antitarlo, ai vari passaggi di carta vetrata, al ripristino dell’impiallacciatura e alla verniciatura con gommalacca.

Il bello è che nessuno di questi è il suo vero lavoro.
Nel suo vero lavoro deve usare solo le parole: convincere, rispondere, spiegare, proporre, blandire, sgridare, suggerire….

Ma nel suo tempo libero può star zitto anche per ore: solo musica in sottofondo, i suoi mille attrezzi e qualcosa da riparare.
.
.
.

venerdì 27 gennaio 2012

Sentirsi utili...

Sono appena tornata dalla passeggiata con Tabù, con sosta per pagare una serie infinita di bollettini (canone, assicurazione casalinghe, raccolta del verde, bollo auto…) e sono stata interpellata per la consueta consulenza stradale.
Infatti io quando porto a spasso il cane vengo fermata in media almeno 4 volte, per dare indicazioni ad automobilisti smarriti.

Io non sono originaria del paese dove abito, ma, visto che già dai tempi della scuola odio fare scena muta, mi sono perfino studiata lo stradario per essere sempre preparata.

Le richieste sono le più disparate: dalle vie della zona a quelle dei paesi vicini (molti non sanno nemmeno in che paese sono), dai ristoranti ai campi sportivi, dal centro tennis/calcetto al più vicino ingresso all’autostrada e così via.

Ci sono camionisti stranieri che si impiantano in mezzo la strada e tra il frastuono dei clacson di chi li segue mi chiedono nomi di ditte incomprensibili, turisti completamente fuori strada che cercano il Lago di Garda, mamme che cercano case dove è in corso qualche festa di compleanno.

Sono molto efficiente, sono meglio di un navigatore, la mia voce ha la giusta intonazione - forse una lieve cadenza veneta - mi trovate per strada due o tre volte al giorno: sono quella alta trascinata da un cocker nero: non chiamatemi TomTom ma Guà Guà.
.
.
.

giovedì 26 gennaio 2012

Quando basta un bel film

Ecco, ieri sera avevo proprio bisogno di un bel film che mi rasserenasse dopo una giornata piuttosto tesa.
Questa storia del doppio terremoto mi aveva mandato un po' in paranoia, tipo tenere le scarpe tutto il giorno per essere pronta a scappare...

Zapping nervoso, tra 16 and pregnant e Say yes to the dress, con punte di Isola dei Famosi e 13 apostolo. Quando ecco Iris che mi viene in aiuto: Qualcosa è cambiato, con Jack Nicholson, Helen Hunt e Greg Kinnear.
Quello che si può definire un gran film, dove interpreti e sceneggiatura sono fatti l'uno per l'altro.

Si ride, ci si commuove, si pensa al significato dell'amore, dell'amicizia, della solidarietà.
Poi c'è il valore aggiunto. Quale? Il cane.
In questo film recita un cane (in realtà sono più di uno che si dividono la parte) di nome Verdell.
Siccome lo adoro, mi sono informata su quale sia la sua razza: Griffoncino di Bruxelles.
E' un botolino meraviglioso, tipo barboncino - terrier, marrone con la barbetta nera.
Tanto di cappello agli istruttori. Ha una mimica pazzesca e poi si muove sulla scena come un attore consumato.  Imita Nicholson nelle sue manie, saltella come lui, si blocca, si nasconde.
E' un mito.

Alla fine della serata, quando finalmente e faticosamente il nostro protagonista si lascia andare all'amore per la sua cameriera preferita, mi sono ritrovata con il solito sorrisino ebete che riservo a queste storie e mi sono tolta finalmente le scarpe, pronta a dormire beata alla faccia dello sciame sismico.
.
.
.

mercoledì 25 gennaio 2012

Terremoto!

Allora non ho sognato!
Questa notte all'una c'è stato il terremoto.

Mi sono svegliata di soprassalto sentendo un rombo sordo e i letto che si muoveva.
Ma il mio stupido cocker ronfava beato, come mia figlia.
Ho aspettato di sentire squillare il telefono, ma evidentemente anche mio marito a Milano se la dormiva della grossa...

Alla fine mi ero convinta di aver frainteso, ma le notizie stamattina hanno confermato una scossa 4.2 con epicentro in Valpolicella, cioè a pochi chilometri da casa mia.

Pare che non ci siano grossi danni, ma a me la paura resta per giorni.

C'è un motivo: il 6 maggio del 1976 io c'ero e a Verona la scossa si è sentita più che bene.
Ricordo ancora la fuga giù per le scale e la notte passata in automobile.
Il tremito intermittente alle mani e le notizie frammentarie dal Friuli, dove mio padre aveva molti parenti.

Il giorno dopo è partito per andare a vedere di persona cosa era successo ai suoi zii ed ai suoi cugini.
Le loro case erano gravemente lesionate ma per fortuna nessuno era ferito.
Ho ancora le foto che ha scattato.  Polvere, calcinacci, case apparentemente intere ma completamente disassate, case crollate a metà con pareti con i quadri appesi ma senza pavimento...

Avevamo la nostra roulotte che abbiamo portato in un camping sul Lago di Garda e lì abbiamo passato le notti fino a giugno, quando siamo partiti per le vacanze.
Era l'unico modo per dormire, perchè a casa non potevamo prendere sonno.

In quella disgrazia tremenda io ho avuto due grandi fortune: la prima è che l'unico edificio lesionato di Verona è stata la mia scuola, quindi dopo una serie di frettolose interrogazioni e compiti in classe, al 22 di maggio ci hanno mandato tutti in vacanza.
L'altra fortuna è stata che in settembre, quando c'è stata la seconda rovinosa scossa, io ero a Monaco di Baviera, per uno scambio culturale studentesco, risparmiandomi così altre notti piene di panico.

Rovescio della medaglia: ho dovuto proseguire le superiori in un altro edificio, dall'altra parte della città.
Così, mentre prima facevo una passeggiata di 10 minuti, dopo ho dovuto aggregarmi alle migliaia di studenti pendolari, con sveglia all'alba e due bus da cambiare.
Ma in confronto a molti studenti friulani, mi è andata benissimo...
..

martedì 24 gennaio 2012

Noi e Einstein

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.
La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni.”

(Albert Einstein – 1930)

Ieri ho condiviso su Facebook queste belle frasi, guadagnandomi il soliti “mi piace”.

Le ho rilette molte volte, annuendo e pensando che c’è del vero sicuramente. 
Mi sono detta che devo essere ottimista e fattiva.

Poi però mi sono illuminata: la maggioranza di noi ha in comune con Albert Einstein solo il fatto di essere umano.

E sono di nuovo sprofondata nello sconforto.
.

lunedì 23 gennaio 2012

Questione di look

Questa mattina, dovendo fare delle commissioni in centro, abbiamo accompagnato nostra figlia a scuola in macchina.

Il suo liceo si trova in una zona ad alta densità scolastica: ci sono un paio di istituti tecnici, un ex istituto magistrale, due scuole private dall’asilo alle superiori.

Centinaia di ragazzi sciamavano intorno a noi e, vista la velocità a passo d’uomo, ho avuto modo di osservarli attentamente.

Una nuvola nera.
Forse qualche punta di grigio antracite e ovviamente il blu dei jeans, ma la dominante era il total black, dai berretti di lana alle sciarpe, dai giacconi di panno ai piumini, dai pantaloni ai leggins, dalle All Stars agli stivali.

Una gioventù in gramaglie. 
Mia figlia in questa tendenza sguazza felice da anni.
Per lei non esistono fantasie, aborrisce il provenzale e i quadretti vichy, i colori pastello ma anche i colori solari.
Azzarda ogni tanto un tocco di rosso, magari scozzese, perché fa punk. Ma è un colpo di vita che riserva a giorni speciali…

I capelli sono appiccicati alla testa stile Morticia Addams, rigorosamente piastrati. I monili solo color acciaio, spesso brunito.
Le unghie nere, o viola, o blu notte. 
L’abbronzatura una disgrazia da evitare con ogni mezzo, dalle creme protezione 70 alla ricerca dell’ombra in ogni situazione.

Viene spontaneo pensare che questo look funereo rispecchi la crisi attuale.
Che non ci sia voglia di colore se le prospettive sono nere.
Chissà.

Io ero ragazzina negli anni di piombo. Non è che fosse precisamente un periodo “solare”.

Eppure mi ricordo come ci vestivamo. Il colore più dark era il verdone degli eskimo.
Per il resto era un trionfo di colori psichedelici, di fantasie indiane, di ricami, di pullover con i rombi, di maglioni peruviani, di pantaloni a zampa con soffietti fantasia ai lati o strisce di colore diverso sul fondo.

I capelli erano sempre gonfi. Chi li aveva dritti doveva per forza fare la permanente.
Mi ricordo braccialetti di perline colorate e orecchini a pastiglia, spillette dipinte, girocollo rigidi con pendenti luccicanti.
D’inverno grande uso di fard e d’estate ogni occasione era buona per abbronzarsi.

Ci radunavamo in gruppetti, seduti sui Ciao multicolore, mangiando i panzerotti di Povia o il gelato di Pampanin. 

Adesso li vedi sfrecciare con il casco integrale nero su scooter neri, verso la loro cameretta dove li aspetta un computer nero e una merenda in solitaria.

Forse fanno bene a vestirsi a lutto…
.
.
.