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mercoledì 10 giugno 2015

La scuola è finita. Ma finita finita, eh!

Recita di fine anno - 1999
Sento che sarà un post pieno di luoghi comuni e retorica.

Dunque oggi è l’ultimo giorno di scuola per mia figlia.

Non ce ne saranno altri, chè l’università è un’altra cosa.

Sembra ieri (primo luogo comune) che l’ho accompagnata alla scuola materna di Boccon di Vo’, tra le braccia di Suor Bonifacia.

E sembra ieri che sceglievamo insieme i grembiulini rosa e gli zainetti, che attaccavo le targhette sul sacchetto e sugli asciugamani, che mi correva incontro sorridente quando andavo a riprenderla.

E quante recite, feste, torte, costumi. E colori e quadernoni .

Quante ore a ripassare le tabelline, a colorare, a parlare in inglese, ma anche in spagnolo e in latino, a ripercorrere la storia dal giurassico a tempi nostri, e gli egizi e i romani, i barbari, Colombo e Leonardo e avanti.

In fondo mi sto diplomando di nuovo anch’io!

Non sono triste. Ma mi sento strana.

Un ciclo si sta chiudendo e mi piacerebbe sapere di aver fatto un buon lavoro.

Nonostante gli indubbi successi scolastici di mia figlia, dalle olimpiadi della matematica alle varie borse di studio, non c’è stata una sera in cui non mi abbia detto: “Mamma, domani non voglio andare a scuola!”.

E pensare che ne avevo fatto un punto d’onore di assecondare sempre le sue scelte scolastiche, quali che fossero.

Dalle scuole medie lontane perché erano le uniche dove insegnavano spagnolo (e lei voleva tassativamente studiarlo) al Liceo Scientifico più scomodo ma con un piano formativo teoricamente più adatto alle sue inclinazioni, l’abbiamo sempre accontentata.

Ma in realtà non l’ho mai vista contenta.

Nemmeno il giorno dell’inaugurazione del suo affresco che ornerà il Liceo Messedaglia per sempre, era soddisfatta.

Aiutanti non all’altezza, colori acrilici che non rispecchiavano quelli del bozzetto e che rendevano il risultato grossolano rispetto alla sua idea iniziale.

Sui professori stendiamo un pietoso velo (forse qui non posso darle torto…) e totale incomunicabilità con molti dei suoi compagni, troppo diversi e lontani da lei come interessi, indole e modo di porsi.

Insomma per fortuna che è finita!




E penso a me, che ho dovuto al contrario di mia figlia, seguire sempre i diktat dei miei genitori che mi hanno mandato prima alle medie dalle suore Campostrini abbandonando tutti i miei compagni delle elementari e poi, per seguire il sogno di una figlia impiegata in banca, mi hanno costretta a frequentare l’Istituto per Periti Aziendali e Corrispondenti in Lingue estere, dove, ciliegina sulla torta, hanno voluto che studiassi tedesco anziché francese come avrei preferito.

E sapete una cosa? Io ho fatto buon viso a cattivo gioco.

Ho cercato di star serena, mi sono fatta molti amici, ho studiato il giusto per non essere mai rimandata.

La mia vita sarebbe iniziata sul serio solo quando fossi stata maggiorenne e indipendente economicamente.

Tutto il resto era solo un mezzo e così è stato.

Non mi sono stressata.
Dormivo, mangiavo, studiavo velocemente e poi andavo a spasso con la mia amica Elena.

Mia figlia ha sempre studiato tantissimo, non uscendo praticamente mai.
Fine settimana chiusa in casa, ansia, mali di testa, crollare addormentata alle 8 di sera e nonostante questo essere stanca il mattino dopo.

Io ricordo ancora con nostalgia tutto il mio periodo scolastico (un po’ meno le scuole medie…) e alla cena di reunion di cinque anni fa sono stata così felice di rivedere tutte le mie compagne.

Mia figlia non parteciperà nemmeno alla cena di classe.

Ma (domanda retorica) dove abbiamo sbagliato?

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venerdì 22 maggio 2015

Dentro la terrina di melamina


Cosa c’è dentro?

Stavo preparando la cena e mi sono trovata a corto di contenitori per le varie pietanze.

Così ho ripescato in fondo ad un pensile la terrina del servizio di piatti che usavamo in roulotte con i miei genitori.




Sai quelle cose che tieni perché non si sa mai?
Magari potranno servire in una seconda casa o in un’altra vita.
Chissà.

E infatti eccola lì la terrinetta bianca in melamina, tutta rigata e ingrigita.

Pronta ad essere riempita di fragole al limone.

E mi è partito il trip.

L’ho guardata e in un attimo ho rivisto tutti i cibi che aveva contenuto e da lì mi sono allargata a ripensare a quello che si mangiava in vacanza in giro per il mondo.

A quando si andava a fare la spesa nei mercati più esotici o in certe botteghe di dubbia pulizia.

Quando ogni cosa si faceva prima ad indicarla col dito e se non la vedevi erano guai seri.

Ricordo mio padre che, avendo finito il miele per la colazione, tentava di spiegare a un negoziante turco quello che voleva e mimava un insetto ronzante e poi lo faceva atterrare sul braccio di mia madre che diceva: “ahi”! “ e per tutta risposta ci avevano procurato una bomboletta di insetticida…

Insomma mi sono passati davanti tutti i piatti che facevano “vacanza”: tante insalate di pomodori e cetrioli, tante olive nere e feta, tanta peperonata e poi i nomi rimasti sepolti nella mia mente e riesumati per l’occasione .

Portocali sono le arance in greco, balik è il pesce in turco, l’aceite che è l’olio in spagnolo…

E le minestrine Knorr, il latte condensato, i fagiolini in scatola.

La terrina me la ricordo anche piena di frutta immersa nell’acqua e amuchina.
Un odore fastidioso che ho ancora nelle narici.

Mi è tornata in mente la frustrazione di fronte ai cibi che non ho potuto mangiare per paura di chissà che tremende malattie: le ciambelle glassate infilate su lunghi bastoni, delle bibite rosate vendute a bicchieri dagli ambulanti marocchini, le pile di frutta secca su certi banchi ai mercati (l’hanno toccata ad una ad una per sistemarla così bene, e non si può lavare!), qualsiasi gelato sfuso…

Mi sono vista aiutare mia madre a lavare i piatti nei lavabi di campeggi a strapiombo sul mare, con una vista degna del miglior albergo a cinque stelle.
Il vento che muove le tamerici, il suono delle cicale.

Ho rivisto tutta la perfetta procedura per impilare le stoviglie, pentole e bicchieri in modo che non si muovessero durante gli spostamenti e che entrassero negli appositi scomparti dell’angolo cottura.

Era tutto lì, dentro la terrina.
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lunedì 11 maggio 2015

Il video della settimana - 20/2015 - KC and the Sunshine Band


Giuro che fino ad oggi non sapevo che faccia avessero ma bastava sentire il nome per sapere che musica stava per iniziare: pura disco "riempipista".


Quando la festa languiva, quando nessuno aveva il coraggio di buttarsi in mezzo a ballare, quando qualcosa ti tratteneva al bar o nella zona divanetti ecco che la prima nota di "I'm your boogie man" o "That's the way I like it" operava il miracolo: non si poteva fare a meno di iniziare a dimenarsi come dei tarantolati.

KC and the Sunshine Band sono stati "la" discomusic tra il 1975 e il 1985.
Hanno venduto 75 milioni di dischi e poi la moda è passata e non sono riusciti a riciclarsi se non in qualche tour revival.

Shake your Booty era un'altro dei loro pezzi classici da discoteca.

Poi arrivava il momento del fatidico "quarto d'ora dei lenti", utile per darsi una rinfrescata, per riuscire finalmente a parlare con qualcuno al quale avevamo annuito tutta la sera senza capire nulla o per ballare davvero un lento.

E il lento da paura qual era? Please don't go. L'unica ballata che hanno scritto ... però che pezzo!

Il quarto d'ora dei lenti era alle 23,00 e poi ce n'era un altro verso mezzanotte e mezza circa.
Il problema era che magari si era state addocchiate da qualcuno che non piaceva per niente e allora il momento dei lenti era uno spauracchio da evitare in tutti i modi.

Come? Io e la mia amica Elena avevamo la nostra ancora di salvezza: un nostro ex compagno di classe abituale frequentatore del Berfi's al quale ci rivolgevamo per salvarci al momento giusto. 
Lui e qualche suo amico ci facevano ballare in modo da far credere che fossimo impegnate e così evitavamo i seccatori.
Perchè lo faceva? Intanto era buono come il pane e poi era in debito con noi: gli avevamo passato tanti di quei compiti che non c'erano abbastanza lenti per fare pari!

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giovedì 23 aprile 2015

Cosa resterààààà di questi anni '80


Guarda che cofana...
Non sono una con delle certezze granitiche. Soprattutto invecchiando.

Ma c’è un fatto del quale fino a poco tempo fa ero convinta: avere avuto vent’anni negli anni ’80 era stata la cosa migliore che potesse capitarmi.

Premesso che avere vent’anni è bello quasi sempre, io pensavo che il mio fosse stato il periodo perfetto.

C’era la moda più bella, con questi stivali, con queste spalline imbottite, le fasce nei capelli, i tailleur maschili di Armani, i fuseau con i maglioni lunghi e la scollatura asimmetrica...

Facevo l’indossatrice volante per un rappresentante della Max Mara e mi ricordo certi cappottoni di cachemire Piacenza, con gli ampi revers, lunghi e avvolgenti. Certe camicie di seta di Mantero, le gonne a tubo o a ruota sotto il ginocchio.

I bikini avevano gli slip così sgambati che perfino le nane sembravano avere le cosce lunghe.

C’erano le pettinature più belle: i capelli gonfi e mossi, fermagli, fasce colorate sulla fronte.

Io li portavo corti anche allora ma erano comunque alti sulla testa, coperti di brillantini se andavo a qualche festa.

Avevo l’utilitaria più bella di sempre: una 2CV Charleston della Citroen, nera e bordeaux.

Si cenava in ristoranti spazzati via da Tangentopoli, facendo il pieno di antipasti di mare e risottini alle fragole o melone.
La GTI con le minigonne
Si beveva il Bellini, dopo cena si giocava a Risiko.

Compravi azioni a caso e dopo qualche giorno valevano il doppio o il triplo della cifra investita.

Settimane nei villaggi Valtur o ClubVacanze, pieni di yuppies danarosi.

Il Cherokee Chief, la Mercedes 190, la Golf GTI e gli Spandau e i Duran Duran, e le discoteche …

Ho passato gli anni successivi a rimpiangere amaramente quei tempi, confortata dalle stesse convinzioni di mio marito e di tutti i miei coetanei.

Da qualche tempo invece mi arrivano dei segnali inquietanti: non le solite critiche morali a quel periodo, che posso comprendere e anche condividere, ma qualcosa di diverso:

I gemelli Scott portano qualche giovane coppia a visitare una casa da ristrutturare e qual è il commento più temuto al quale rispondono subito con un “ce ne sbarazzeremo subito!”?

“Oddio, questa cucina è così anni ’80” “Queste piastrelle sono così anni ‘80” “Questo bagno è così anni ‘80”!

Un concorrente di Masterchef USA presenta un cocktail di gamberi e Gordon Ramsay lo apostrofa subito con un: “questo piatto è decisamente anni ’80!” stroncandolo senza pietà.

E’ stata come una doccia fredda: sentire usare gli anni ’80 come sinonimo di cose vecchie, di cattivo gusto, ridicole.

Ok il biasimo per il degrado morale, ma questo no. É cattiveria pura, uffa.
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martedì 17 marzo 2015

Colleghi 2.0


Sabina è una mia ex collega.
25 anni fa lavoravamo in una multinazionale americana.

Eravamo giovani.
Noi, i nostri colleghi, i nostri capi.

Per dire il mio, che era il super mega capo, aveva solo sette anni più di me.


Ho descritto l’atmosfera di quel periodo in un post molto amaro, dove rimpiangevo quei tempi e quelle persone.

Ci siamo veramente divertiti.
Non eravamo colleghi, eravamo una banda, eravamo complici, confidenti, alcuni erano anche innamorati tra loro…

Non c’era sera o weekend dove qualcuno non organizzasse qualcosa insieme ma la cosa bella era che anche la vita d’ufficio era piacevole.

C’era molto da lavorare, c’erano momenti di grande stress, di mancanza di orari e di tensione ma non mancavano mai le battute, le pause caffè rigeneranti, gli scherzi.

Ecco per esempio, io e l’altra assistente di direzione organizzavamo scherzi tremendi.
Cose pianificate con cura, finti viaggi all’estero, finte comunicazioni ufficiali.
I neo assunti arrivavano sudati chiedendo del Direttore Generale che voleva vederli urgentemente o ci portavano i documenti perché pensavano di doversi trasferire all’estero nel giro di pochi giorni…

Quelli che lavoravano in trasferta spesso tornando in ufficio il venerdì sera portavano dolci tipici di quella zona: ricordo favolose cassate siciliane o pastiere napoletane freschissime. E cioccolata dal Belgio e i gadget dalla sede di Chicago, orologi, felpe e magliette.

Stamattina Sabina, che nel frattempo ha cambiato multinazionale, scriveva su Facebook che in ufficio da lei nessuno si è accorto un mese fa che si era tagliata i capelli e nessuno si è accorto oggi che si è fatta bionda.

Diceva che sono delle mummie, che l’atmosfera è pesantissima.

E mi ha tirata in ballo con i suoi rimpianti per il nostro vecchio ambiente di lavoro e i nostri vecchi colleghi, chiedendomi cosa ne pensavo.

Banalmente: eravamo giovani, come ho detto.

Non avevamo quasi vite proprie. Sicuramente nessuno aveva una famiglia da mantenere, mutui da pagare, figli che danno preoccupazioni.

Il problema più grande era decidere dove andare in ferie o che automobile scegliere.

Fermarsi a fare straordinari in fondo non dava fastidio più di tanto.
A casa non ci aspettava nessuno, anzi quella poteva essere la scusa per continuare la serata fuori a cena e magari al cinema.

C’era una grande leggerezza.

Quella che ti permette di accorgerti di un nuovo taglio di capelli o di un vestito particolare.

La leggerezza che rende facile essere gentili e spiritosi.

E poi non c’era Internet e soprattutto gli smartphone.

Non vivevamo ognuno dentro il nostro mondo, con gli occhi fissi sui nostri profili e sulle nostre notifiche.

Erano i tempi in cui ci si guardava in faccia, ci si muoveva di persona per parlarsi, si camminava da un ufficio all’altro per portare qualche carta e a volte la carta era proprio una scusa per farsi un giro e scambiare due parole.

Io ho smesso di lavorare allora, ma immagino che il lavoro in ufficio adesso sia veramente cambiato con l’avvento della rete e dei cellulari.

Sabina: devi rassegnarti. Quel tempo è finito.

E comunque i tuoi colleghi sono proprio degli squallidoni perché bionda stai benissimo!

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mercoledì 11 marzo 2015

#unviaggiovintage 3 - Una crociera inaspettata


L'itinerario della crociera
Terzo e ultimo (prometto) post sui miei viaggi vintage.

Monica del blog Alla ricerca di Shambala ha veramente colpito nel segno con questo sua magnifica idea!

Come avevo accennato nel primo post della serie (#unviaggiovintage – 70giorni/10.000 chilometri) io ed i miei genitori eravamo già stati in Turchia tre anni prima.



Ci eravamo arrivati con le classiche tappe: Verona-Zagabria-Belgrado-Sofia-Edirne-Istanbul.

Eravamo poi passati nella parte orientale visitando Bursa, Pamukkale, Efeso.

Ci trovavamo a Kusadasi da qualche giorno per “fare un po’ di mare”.
Infatti io ero una bambina linfatica e il dottore diceva sempre che lo iodio mi avrebbe fatto bene.

Così ogni tanto i miei si sacrificavano (hanno sempre odiato la vita da spiaggia) e ci fermavamo strettamente per motivi di salute…

Questo aveva fatto sì che in campeggio conoscessimo una famiglia di milanesi, i Rampoldi (cioè, dopo 40 anni mi ricordo ancora il nome!) che ci coinvolsero in un’avventura mai più ripetuta e rimasta indelebile nella mia memoria: tornare in Italia su una nave da crociera!


Avevano scoperto che nel giro di qualche giorno avrebbe fatto sosta a Kusadasi l’Odysseus, una nave cipriota che da lì avrebbe proseguito per Rodi, Mykonos, Delos, Atene e attraverso il canale di Corinto sarebbe poi arrivata nello Jonio e poi su per l’Adriatico fino ad Ancona dove saremmo sbarcati.

C’erano alcune questioni da risolvere: la possibilità di caricare auto e soprattutto roulotte, capire se c’erano delle cabine disponibili, il prezzo.


I dettagli non li ricordo bene, ma so che i Rampoldi prestarono a mio padre 50.000 lire dato che eravamo veramente al limite col budget e mia madre andò via di testa perché in crociera sono tutti eleganti e noi avevamo solo vestiti da campeggio.

Si comprò un paio di sandali dorati e uno scialle, ma non era per niente contenta …

Assistemmo con grande trepidazione al carico delle roulotte tramite corde e argani sulla prua della nave, mentre le auto trovarono posto nella stiva.


Quasi tutti i passeggeri erano tedeschi e il nostro imbarco costituì sicuramente un fuori programma molto gradito, tanto che alla fine, issate faticosamente le roulotte, partì un applauso da tutto il pubblico.

Vedere le foto di quella nave adesso, che siamo abituati a certi mostri della Costa o della Royal Carribean, fa veramente tenerezza.

Ma a me sembrava bellissima.

Aveva anche la piscina e la palestra.
C’erano due sale ristorante ed i camerieri in giacca e guanti bianchi.



Io ero la più giovane passeggera e una sera fummo invitati al tavolo del Capitano e ad un certo punto si spensero le luci ed entrarono tutti i camerieri in fila portando dei dolci fiammeggianti.
Una cosa mitica!

Dopo la prima notte di viaggio mi svegliai presto e dall’oblò a fianco la mia cuccetta vidi il porto di Rodi, con i mulini a vento.






Ci diedero il cestino da viaggio e per tutto il giorno visitammo l’isola. Lindos e la valle delle farfalle, fino alle spiagge meravigliose dove ci fu anche il tempo per fare un bagno.





Col cestino del pranzo al sacco...


Si battevano le mani per far volare le farfalle



Poi si riprese la navigazione e, credo il giorno successivo, visitammo Mykonos e Delos.






Arrivammo ad Atene di sera ma noi non sbarcammo, perché l’avevamo già visitata e per 4 ore non valeva la pena.

La piscina della nave
Crocieristi anni '70

Quello che ricordo bene è stato il passaggio per il canale di Corinto, in piena notte, con la nave che andava pianissimo e le pareti rocciose vicinissime al parapetto tanto che sembrava di poterle toccare.

Poi ci fu un giorno intero di navigazione e iniziò il dramma: attraversamento del canale d’Otranto con una tremenda burrasca.
Tutti stavano male. Non solo i miei genitori ma proprio tutti. Equipaggio compreso.
Ci trovammo a cena io, un vecchiotto di Roma e un cameriere dal colorito verdastro.

Ricordo che percorrevo i corridoi sballottata a destra e sinistra e facevo la spola tra la nostra cabina e il ponte dove c’erano le roulotte per controllare che non finissero in mare.

In qualche modo arrivò anche il mattino e la calma.

Verso il pomeriggio arrivammo ad Ancona e così noi e i Rampoldi ci salutammo.

So che la prima cosa che fece mio padre il giorno dopo fu mandargli le 50.000 lire.

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lunedì 2 marzo 2015

#unviaggiovintage 2 - Il mio primo viaggio all'estero

Ci ho preso gusto.
La bella iniziativa di Monica del blog Alla ricerca di Shambala ha scatenato il web e i post si susseguono incessanti, uno più bello e interessante dell'altro.

Io me li sto leggendo con piacere e nello stesso tempo con una punta di mestizia, dato che vengono considerati "vintage" anche viaggi che risalgono a nemmeno 10 anni fa...

Con il mio contributo odierno invece vi trasporto indietro di mezzo secolo.

Non avevamo ancora la roulotte, mio padre non faceva diapositive ma solo negativi in bianco e nero, che sviluppava e poi stampava nella sua camera oscura.
Ai tempi aveva una Rolleiflex che vorrei tanto non avesse venduto!

Aveva appena comperato una Fiat 1300 e una tendina avveniristica tipo igloo, gonfiabile.

I miei vaghissimi ricordi mi vedono dormire in mezzo a loro, che avevano una brandina ciascuno, mentre io stavo su un materassino telato blu.
Ricordo che allungavo in alto la manina per stringere quella di mia madre e mio padre, da friulano duro qual era, dopo un po' se ne usciva con un "basta con queste smancerie!".

Eccoci qui nel camping di Porec in Istria, allora facente parte della Jugoslavia.



Avevamo fatto amicizia con altri italiani, tra i quali una famiglia di Bolzano, con un bambino mio coetaneo. Sparivo spesso per giocare con lui e quando mia madre chiedeva agli altri se mi avevano visto, loro rispondevano che ero in giro col figlio del "dinamitardo".  (In quegli anni i tirolesi volevano affrancarsi dall'Italia e vennero fatti saltare molti tralicci e ci furono diversi morti).
Io ovviamente non capivo...

Le altre foto che ho recuperato sono state scattate al Limski Kanal o canale di Leme, lungo 11,5 chilometri, che ho visitato anche pochi anni fa e ho trovato sempre bellissimo.


Una chicca per i più giovani: nel 1958 qui era stato girato il film "I Vichinghi", con Kirk Douglas e Tony Curtis.
Il canale ricorda un Fiordo Norvegese e quindi vennero costruiti qui tutti i vari set.
Quello che vedete è il villaggio vichingo che è stato sfruttato dagli jugoslavi a scopi turistici fino a quando non è crollato, penso negli anni '70.




La cosa che ricordo bene della Ex Jugoslavia di allora erano le scarpe delle cameriere dei ristoranti, di tela con i lacci, ma aperte sulla punta e sul tallone.
Si pagava con i Dinari e si beveva la JugoCola.
La foto di Tito era ovunque.

Preistoria.
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sabato 21 febbraio 2015

Smarrimento



Il sabato mattina io e mio marito andiamo spesso in centro a passeggiare. 

Abbiamo tutti i nostri piccoli riti: il caffè col risino tiepido, mostre da visitare o luoghi da fotografare, qualche acquisto, l’aperitivo.

Si chiacchiera, si rievoca, si progetta pure, cose così. 
  
Non incontriamo quasi mai persone che conosciamo.

Io mi ricordo che una volta, diciamo dall’adolescenza ai trent’anni, non riuscivo a fare una Via Mazzini o a passare per la Brà senza dovermi fermare quattro o cinque volte a parlare con qualcuno.
Erano compagni di scuola, vicini di casa, colleghi, amici di amici, un sacco di persone più o meno coetanee che facevano esattamente quello che io ho continuato a fare anche in seguito: girare per la mia città.

Ma dove sono finiti tutti?

Non c’era ristorante o pizzeria dove a qualche tavolo non vedessi  tizio e caio che conoscevo, almeno di vista.

Parlo spesso di quanto io ami Verona, che difficilmente cambierei con un altro posto, e dopo mi ritrovo a pensare che in fondo quello che mi conforta sono gli involucri esterni, perché la gente che è cresciuta con me è sparita completamente.

Che poi anche l’involucro sembra uguale ma ovviamente è cambiato. 

Certo l’Arena è sempre lì, ma locali, negozi e anche strade e piazze sono spesso completamente diversi da un tempo e in un continuo divenire.

Questa mattina ho voluto portare mio marito in un caffè dove ho passato tante serate a bere porto o il mitico Alexander (ma lo fanno ancora?), un bar storico che ricordavo scuro, pieno di tappezzerie, travi a vista. 
Si saliva una scala cigolante e si poteva stare in una saletta confortevole ammirando la città dalle piccole finestre. 

Appena entrata credevo di essere in una di quelle situazioni fantascientifiche in cui ci si sveglia in un universo parallelo dove le cose paiono uguali ma in realtà tutto e tutti sono diversi. 

Spatolato veneziano crema, controsoffitti con faretti, porta del bagno con serratura elettronica. Nessun secondo piano. 

In compenso gli avventori erano tutti più o meno miei coetanei. Ma non ne conoscevo uno.

Non so. Non so nemmeno perché ho pensato di scrivere questo post. 
Ma la sensazione di straniamento ultimamente mi sta dando molto fastidio.
Sto perdendo tutti i riferimenti.
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domenica 8 febbraio 2015

#unviaggiovintage - 70 giorni/10.000 chilometri


-“Non posso esimermi”-

Così ho risposto alla simpatica Monica del blog Alla ricerca di Shambala quando ha lanciato l’idea di un post che raccontasse un vecchio viaggio con relative foto, rigorosamente analogiche.
Possibilimente qualcuna doveva anche ritrarci, in modo che fosse proprio evidente l'implacabile trascorrere del tempo, dico io!

Ho smesso di viaggiare, nel senso “serio” del termine, negli anni ’80, quindi molto prima dell'avvento del digitale.
Non c'era problema, se non quello di scegliere fra migliaia di diapositive.

In realtà ho subito deciso che cosa vi avrei raccontato o meglio cosa avrei tentato di raccontarvi dato che mi sono resa conto che dopo 40 anni la memoria è leggermente offuscata e molte foto che credevo di avere erano purtroppo solo nella mia mente e altre non mi dicono nulla e non so assolutamente dove sono state scattate.

Comunque in qualche posto tra Verona e Aleppo nell'estate del 1973...


PREMESSA

Noi dovevamo andare in Persia. 
Sì Persia, si diceva ancora così.
C’era lo Scià e non c’era alcuna guerra o tensione religiosa.

In Turchia c’eravamo già stati 3 anni prima ma eravamo rimasti nella parte occidentale.
Ci mancava di visitare la Cappadocia e da lì avremmo proseguito verso est.


SVOLGIMENTO

Prego notare la mappa “homemade”, bisnonna di Google Maps, dove avevo disegnato il percorso e dove compaiono nazioni ormai sparite da decenni.
Comunque grazie a questo cimelio sono riuscita a dare un nome a molte delle tappe che ricordavo solo vagamente.


La prima foto dovrebbe essere di fronte al parlamento di Belgrado.
Eccomi lì, con mia madre, sgraziata come solo una tredicenne può essere…


Segue foto scattata su qualche spiaggia vicino a Salonicco, dove mi sto togliendo la sabbia dai piedi.


Noi dentro ad una moschea o forse è Santa Sofia a Istanbul ma forse no. (Se riconoscete il posto vi prego di dirmelo)
P.S. Ho scoperto che è la chiesa ortodossa di San Marco a Belgrado...


Dopo Ankara, verso Kayseri, vicino ad un ponte romano sul fiume Kizilirmak.


In Cappadocia, nella valle di Goreme.




Io con la guida nella città sotterranea.


Verso il nulla e nel nulla, tra terra e sabbia, pecore, pastori e bambini cenciosi.

In basso dei bambini ci salutano. Gli regalerò alcuni Topolino

Si aspetta la corriera. Sullo sfondo un paese con case a cupola. Come si chiamerà?

Incontri abituali. A volte pecore a volte cicogne.

Mio padre ha chiesto il permesso per fotografare l'acconciatura tipica

Senza parole....

L’IMPREVISTO

All’altezza di un posto chiamato Tunceli la strada verso la Persia finiva.
Nel senso che i turchi la stavano rifacendo completamente.

Dopo un tentativo da parte di mio padre di percorrerla ugualmente (che aveva dato come risultato la rottura del pavimento della roulotte e di un ammortizzatore) si è deciso di tornare sui nostri passi e di proseguire poi verso sud per andare a visitare Palmira, in Siria.

Questa foto dovrebbe essere stata scattata vicino a Tarso. 


Ricordo vagamente battute sulla luce che doveva colpirci sulla strada di Damasco…

Aleppo, famosa per i suoi pini, ci è apparsa arida e torrida.



Io sono quella col cappello, di spalle

C’erano 46 gradi e per un paio di giorni siamo usciti solo dalle 7 alle 9 del mattino, passando il resto del tempo sotto i pochi alberi del campeggio, facendoci una doccia ogni mezz’ora per sopravvivere.

Ad un certo punto mio padre ha preceduto di molti anni Forrest Gump con la battuta: “sarei un po’ stanchino” e ha deciso di tornare indietro in Turchia, verso la costa meridionale.

Sempre di spalle....
Lì ricordo campeggi bellissimi, gestiti dalla BP, con cucine a disposizione degli ospiti e bagni immacolati.
Un mare meraviglioso e una brezza che ci ha rimesso in forze dopo le disavventure precedenti
(tipo quella raccontata nel post "Le disavventure dei miei viaggi").

 
Spiagge deserte nonostante fossimo a fine luglio.
Il castello di Korikos, di fronte a Silifke.





IL RITORNO

C’è un vuoto di memoria e di foto fino alla Bulgaria. 

Probabilmente mio padre non ha voluto fare doppioni dato che tutta la zona di Efeso, Smirne, Troia, Pamukkale, così come Istanbul era già stata ampiamente fotografata tre anni prima.

Si è deciso di cambiare strada e puntare verso Vienna, passando dalla Bulgaria e dall'Ungheria.
Qui sotto il Monastero di Rila.


Sosta a Budapest.



Visita prolungata a Vienna, da dove eravamo scappati l’anno prima a causa della pioggia incessante.


'Sti calzettoni, non si possono vedere!



CONSIDERAZIONI FINALI

I miei ricordi di quell’estate sono quelli di una ragazzina. 
Cosa mi aveva colpito durante quei 70 giorni?
  • Un cane randagio incontrato nel campeggio di Kayseri.
    Gli davamo una porzione di pastasciutta e quando ci vedeva arrivare la sera ci correva incontro velocissimo tanto da meritarsi il soprannome di Fiasconaro (antico atleta italiano…).
  • Delle specie di piccole donnole, che in turco si chiamano “ghelenghe” (scrivo come si pronuncia) che correvano veloci tra i camini delle fate e le chiese rupestri in Cappadocia.
  • I Lokum, dolcetti ad alto peso specifico, profumati di rosa, di mandorle o di agrumi.
  • I bambini che toccavano i nostri vestiti e scappavano via ridendo.
  • Gli uomini che chiedevano a mio padre di aprire il cofano della sua Fiat 124 Special perché era appena uscita anche in Turchia, dalla fabbrica di Bursa.  Alcuni si buttavano anche a terra per vedere sotto la macchina.
  • Le donne che ci offrivano il te bollente su vassoi tenuti da catenelle e volevano vedere dentro la roulotte e poi ci invitavano nelle loro casette, e tutti ci guardavamo sorridendo parlando a gesti.
  • Tutte le bibite e i gelati che mi sono stati proibiti per paura della dissenteria.
  • La super dissenteria che ha colpito mia madre….
  • Le tre ore al confine tra Ungheria e Austria, sotto tiro di una sentinella col mitra, mentre funzionari doganali passavano lo specchio sotto auto e roulotte e ispezionavano ogni cosa. Moduli e moduli da compilare spiegando ai miei cosa scrivere (mio padre sapeva un po’ di francese e l’unica che capiva l’inglese ero io).
  • Appena entrati in Austria il sollievo di essere tornati alla civiltà e alla libertà (Bulgaria e Ungheria ai tempi erano drammatici da attraversare…).
  • Gli uccellini e gli scoiattoli del parco di Schoenbrunn che mangiavano dalle mie mani.