lunedì 28 febbraio 2011

Un piccolo grande uomo

Ieri poteva essere la tipica domenica uggiosa, dove il malumore si insinua tra pigri viaggi divano-frigo ed invece si è rivelata una giornata illuminata dall'incontro con una persona speciale: Vittorio Munari.

Quest'uomo, per chi non lo conoscesse (ed io purtroppo ero una di loro) è stato un grande giocatore ed allenatore di rugby, prima del Petrarca e poi della Benetton, ha ricoperto diversi importanti ruoli dirigenziali in questo sport sia in Italia che all'estero ed adesso è anche commentatore per Sky delle partite del Sei Nazioni e dei vari incontri mondiali.

Ci trovavamo al Palazzo della Gran Guardia per la consegna di una borsa di studio a nostra figlia (la genietta di casa...) e successivo pranzo di gala ed il relatore invitato a parlare ai giovani vincitori era proprio questo minuto signore che mai ci si aspetterebbe legato al rugby e ai suoi colossali giocatori.

Tra le varie attività  partecipa a conferenze sul gioco di squadra, la componente motivazionale, la gestione delle risorse umane e la leadership.

Avrei voluto registrare il suo discorso, un discorso fatto di concetti semplici, parole dirette, pochi fronzoli ma tanta sostanza e verità.
Come ha saputo catturare l'attenzione di tutti i presenti e farci sentire capaci di essere migliori!
Non solo i ragazzi, ma tutti noi.

Perchè l'automotivazione, il senso di appartenenza e del dovere, la capacità di sognare, di rialzarsi dopo la sconfitta, il non cercare scuse... sono tutte cose che ognuno dovrebbe tirar fuori in ogni attività che svolge e che servono al di la' della scuola e del mondo del lavoro.

Ha chiuso con un esempio perfetto: "E' scientificamente provato che l'ape, per apertura alare e peso, non può volare.  Eppure lo fa.  E fa anche il miele".

Che dire? Ne farò uno dei miei guru assieme a Steve Jobs e Nando Parrado.


.
.

mercoledì 23 febbraio 2011

Quando la fantasia supera la realtà

Domenica scorsa, per concludere degnamente la settimana di San Valentino, abbiamo visto Letters to Juliet, un film americano girato a Verona e in Toscana.


Premesso che sconsiglio la visione a chi ha valori glicemici a rischio, voglio partire da qui per ragionare sull'idea che hanno gli anglosassoni e molti degli stranieri in generale sull'Italia e sugli italiani.

Noi viviamo in una cartolina. La luce è sempre dorata e le persone sorridenti. Tutti parlano inglese fluentemente e sono gentili e disponibili. Nei paesaggi non c'è mai un palo della luce, i balconi sono fioriti e si canta molto, soprattutto in napoletano.
E poi gesticoliamo come delle marionette e anche mentre lavoriamo nei campi siamo elegantissimi.

Ricordo quando abitavo a Londra che appena sentivano da dove venivo iniziavano: "Ah, the sunny place of Italy!!", "Ah, italian men...", "Ah, spaghetti bolognese!" e avanti con i luoghi comuni, fino a chiedermi come mai fossi figlia unica, che in Italia le famiglie sono sempre numerose e perchè non sapessi cantare "O sole mio".

Film come quello citato e molti altri, serial come i Soprano ecc.,  hanno contribuito in gran parte a questa idea confusa del nostro paese.  Perfino John Grisham, in un suo romanzo ambientato a Parma, cadeva in tutta una serie di stereotipi degni di Liala e non di quell'ottimo scrittore che è...

L'idea del cibo è sempre approssimativa, colpa dei ristoranti italiani di quinta generazione che frequentano probabilmente.  La Toscana sembra essere l'unico luogo con bei paesaggi, e qui è colpa di Sting e di tutta una serie di pseudo intellettuali britannici che hanno creato il Chiantishire.
Le donne sono sempre more e prosperose e gli uomini galanti in modo insopportabile...che noia!

Ma sì, in fondo anch'io quando sono stata in California pensavo di vedere solo fusti biondi con una perfetta dentatura e ragazze tipo fotomodelle pattinare a Venice Beach.... credetemi, non era così!
.
.
.

lunedì 21 febbraio 2011

Perdonate se ricordo!

Questa mattina ho letto due articoli che parlavano dei meandri del nostro cervello e del suo funzionamento sorprendente e misterioso.

Uno era incentrato sul meccanismo del ricordo (Corriere.it). Spiegava perchè all'improvviso ci viene in mente qualcosa di completamente rimosso partendo da qualcosa di apparentemente scollegato al ricordo stesso.

Descriveva i nostri ricordi "importanti" come rami di una rosa su cui si innestano tante spine, per cui per esempio il giorno del nostro matrimonio (ramo principale) ha collegati il colore della cravatta di un invitato, i paramenti del prete, l'odore di un fiore, il sapore di un cibo ecc., e moltissimi altri elementi  che abbiamo memorizzato senza rendercene conto, ma che, se ripescati anche a distanza di anni, ci portano a ricordare a cascata tutto il resto.

E questa è la spiegazione del perchè quando vogliamo dimenticare qualcuno che ci ha fatto soffrire o comunque vogliamo toglierci un'ossessione, qualsiasi cosa alla fine ce la fa tornare in mente: sono le spine, noi ci pungiamo ed ecco lì tutto il doloroso pacchetto!
Non è chiaro perchè lo stesso meccanismo funzioni meno bene durante esami universitari e discorsi in pubblico...

L'altro articolo parlava invece del perdono (Repubblica.it). Della serie di processi mentali che porta le donne ad essere più disposte a perdonare degli uomini.  Siamo più empatiche. Ci immedesimiamo in chi ci ha ferito e basta che questo mostri un minimo di rimorso che superiamo la cosa e diamo seconde, terze e quarte chances...
L'articolo non mancava di sottolineare il fatto che chi perdona poi ne guadagna anche in salute e, questo lo aggiungo io, sicuramente andrà in Paradiso.

Però il secondo articolo cozza contro il primo.
Avere un'ottima memoria, ricordare tutti i particolari impedisce di fatto il perdono.
Io posso anche capire il perchè una persona si è comportata male con me, posso compatirla, posso perfino giustificarla, ma ho sempre ben presente il torto subito e quindi, come dice il proverbio: perdonare è divino.
.

.
.

sabato 19 febbraio 2011

Voglia di pedalare

Ma la sentite quest'aria frizzantina di primavera? E' lì che sta per arrivare, i segnali sono dappertutto: gemme ingrossate, foglioline che bucano le pacciamature invernali, tortore che iniziano a rompere le scatole alle 5 della mattina, sternuti ogni volta che si guarda il sole....e una gran voglia di tirar fuori la bici dal garage e andare.

A casa nostra è una tradizione: le mattine dei weekend durante la bella stagione sono dedicate a lunghe pedalate nelle campagne della bassa veronese, guardando e invidiando rustici ristrutturati, fotografando in giro, sostando presso le decine di risorgive nascoste da boschetti selvaggi, seguendo rotaie ormai abbandonate e strade bianche piene di buche.

Costeggiamo i fossi, spiamo i pescatori nelle cave dove sono stati creati laghetti pieni di carpe, piangiamo i pescheti morti sostituiti da orrendi campi di granturco, salutiamo i fortunati che incrociamo in sella a biondi cavalli avelignesi, facciamo stupide gare tra di noi a chi arriva prima a un incrocio o a chi fa più strada senza mani.

Non siamo di quei ciclisti tutti bardati da "veri ciclisti", per noi niente tutine aderenti e bici ultra leggere, anzi.
Mio marito ha una vecchia Winthrop con i freni a bacchetta, che più di una volta gli è stata richiesta mentre visitavamo qualche mercatino dell'antiquariato delle vicinanze come pezzo d'epoca. Io ne ho una tipo Olanda presa a una svendita di vent'anni fa alla Rinascente CittàMercato che sembra fatta di ghisa; nostra figlia ha una citybike vinta con le fette biscottate Buitoni prima che lei nascesse, con un cambio Shimano bloccato sulla VI.

Ma va bene lo stesso, con la borraccia che saltella nel mio cestino che mano a mano viene sepolta da tutti gli strati di vestiti che togliamo quando cominciamo a sudare come bestie.

Dai, domani mattina si riapre la stagione, ci sarà da pulire un bel po' e gonfiare le gomme, ma poi...si va!!!
.

.

giovedì 17 febbraio 2011

Se stiamo "a guardà er capello"

Ho appena letto una notizia su Repubblica che, se confermata, farà la gioia di milioni di uomini.

Il solito gruppo di ricercatori della solita università americana avrebbe scoperto, come al solito per sbaglio, una molecola che fa ricrescere i capelli e li fa ricrescere del loro colore originario!

Quindi basta uomini calvi e canuti, addio Cesare Ragazzi e i suoi toupet, addio rasature totali alla Bruce Willis o Vin Diesel per evitare la trista coroncina intorno la testa.

Ma c'è di più: siccome la molecola era studiata per contrastare gli effetti dello stress sull'apparato gastrointestinale, non solo avremo maschietti pelosissimi, ma saranno pure sempre rilassati e con uno stomaco di ferro.

Troppa grazia...

Comunque per il momento ci dobbiamo limitare a gioire per dei poveri topi di laboratorio, che hanno riacquistato una folta pelliccia, il resto forse verrà...basta che non sia come nell'orrenda foto che ho trovato!
.
.

.

mercoledì 16 febbraio 2011

La sartina che non ti aspetti...

Uno dei corsi che ho frequentato che si sono rivelati più utili nella mia vita è stato quello di taglio e cucito.

Lo so, sarebbe suonato meglio citare un corso di letteratura romantica inglese, declamando Keats e Shelley, ma io sono una persona pratica e anche sincera, quindi....

Avevo 17 anni, pochi soldi in tasca e molta voglia di sfoggiare vestiti nuovi.  Avevo anche il fisico un po' da ragnetto, con lunghe gambe e lunghe braccia, per cui i miei pantaloni erano spesso a mezz'asta e le maniche sempre corte, oppure per ottenere la lunghezza tutto mi era largo. Uno schifo.

C'era bisogno urgente di sapersi destreggiare con ago e filo e così trascorsi molte lunghe serate invernali dalle Suore Spagnole, imparando tutte le basi della sartoria, i termini tecnici, i trucchi e soprattutto come creare qualsiasi modello, dal disegno sulla carta velina alla confezione. 

Stavamo lì, io e la mia fida amica Elena, a passare le marche (niente di losco, eh...), ad imbastire, ad attaccare cerniere con puntini invisibili, a fare le asole delle camicette, come due suorine di clausura.
Eppure alla fine fu divertente ed è stata una grande soddisfazione indossare i primi capi interamente fatti da noi.

Da allora non ho più smesso di trafficare con le stoffe e ancora adesso una delle cose più piacevoli per me è andare nei grandi spacci di scampoli e rovistare tra le pezze in vendita, immaginando cosa ricavarne.
E' una cosa creativa e rilassante.  Spesso utile e risparmiosa, se si tratta di fare le tende di casa o i costumi di carnevale, ricoprire poltrone e personalizzare cuscini.

Nemmeno Tabù è stato trascurato: ho foderato la sua cuccia con la stessa stoffa del divano nuovo. Gli ho fatto pure la copertina di pile marrone con stampate le orme nere di cane .
All'inizio era un po' perplesso, ma adesso sembra molto soddisfatto!
.
.
.

lunedì 14 febbraio 2011

It's a hard(ware) life!

Si sa che gli uomini odiano accompagnare le donne a fare shopping, si annoiano, spendono soldi per cose di cui non vedono l'utilità....ma cosa vogliamo dire delle donne che accompagnano gli uomini al brico center?!?!

Ecco, io sono una di quelle poverine. 
Ciò che all'inizio era anche abbastanza divertente, tipo dare una sbirciata ai nuovi bastoni per le tende, ai contenitori per la biancheria, agli umidificatori da appendere, sta diventando un incubo. 
Un incubo fatto di milioni di cacciaviti, pinze, viti a taglio e a croce, dadi, bulloni e macchinari misteriosi.

Pur avendo un garage e una stanza hobby con pareti piene di attrezzi vari in bell'ordine, una cantina con 5 o 6 di quelle scatole di metallo pesantissime che si aprono a scaletta ognuna specifica per "elettricità", "idraulica", "falegnameria" ecc...MANCA SEMPRE QUALCOSA!

Manca la chiave del 13, manca tassello Fisher del 6, manca la colla bicomponente per quel tipo di plastica, manca la brugola di mezzo tra due che abbiamo già.

La cosa che mi fa rabbia è che ci casco sempre: "facciamo un salto al Brico Io, che devo prendere solo dei chiodini di ottone..." e invece quando siamo lì è tutto un fermarsi ad ogni passo, ipnotizzati dalle nuove serie di cacciaspine con manico ergonomico, dai nuovi e costosissimi accessori del Dremel (se non sapete cos'è, restate nell'ignoranza che è meglio per voi...) dagli stucchi per legno dai poteri miracolosi.

Ma non basta...da qualche anno sono arrivati anche i banchetti dei polacchi, mimetizzati nei mercatini dell'antiquariato, che vendono ogni tipo di utensile e marchingegno per il "fai da te".  E lì si è aperto tutto un mondo fatto di marche nuove, di copie quasi perfette a prezzo stracciato, di occasioni da non perdere....

C'è da dire, a onor del vero, che avere un marito abile nei lavori di bricolage fa molto comodo in casa. Raramente c'è bisogno di chiamare qualsivoglia tecnico e si risparmiano un bel po' di tempo e di soldi.

Insomma, ogni medaglia ha il suo rovescio...chissà di che diametro è la mia, servirebbe un calibro o un micrometro Palmer...
.

.