Non sono una brava cattolica.
Della serie che vado a Messa
due volte l’anno, qualche volta in più solo se sono invitata ad un matrimonio o
se purtroppo mi capita un funerale.
Non mi confesso dalla Cresima e prego solo nei momenti di
bisogno.
Quando mio padre si è ammalato di cancro, quando mio marito è stato
operato alle coronarie, quando volo.
Vivo nel peccato perché se un assassino può essere perdonato
per il suo crimine, chi invece sposa un divorziato no.
Mi piacciono quei preti un po’ di frontiera.
Quelli che se
non ti casca l’occhio sulla croce sul bavero nemmeno ti accorgi che lo sono.
Il mio curato di quando ero piccola. Che giocava a pallone
con noi bambini in fianco alla chiesa.
Il prete che accompagnava nei boschi mia figlia ed i suoi
amici del grest estivo, elencando i nomi dei fiori selvatici.
Il parroco del mio quartiere di una volta, che ha creato una
delle prime case famiglia di Verona.
Quelli di Roma non mi piacciono molto. Troppo lusso. Troppi paludamenti. Gerarchie. Misteri.
Però ogni Papa a suo modo mi ha lasciato un segno.
Qualcosa
di divino allora deve esserci.
Ero piccolissima e credo proprio che il mio primo ricordo
sia di mia madre che parla al telefono con qualcuno dicendo che Papa Giovanni è
morto. Mi ricordo discorsi con i vicini
di casa e la TV in bianco e nero che mostra la gente che piange in Piazza San
Pietro.
Passano diversi anni e siamo in Portogallo.
Nelle nostre lunghe vacanze ci
disinteressiamo completamente delle notizie e telefoniamo a casa ogni quindici
giorni.
Però quel 6 agosto 1978 nel paesino di Nazarè la notizia della
morte di Paolo VI circola in tutte le lingue e mi lascia attonita.
Per me era
il Papa di sempre. Quello nominato in tutte le Messe, quello citato nel mio
Catechismo, in pratica quello con cui sono cresciuta.
Siamo ancora in vacanza quando viene nominato Giovanni Paolo
I, ma siamo contenti perché è veneto ed è un uomo semplice, vicino ai poveri,
agli operai di Marghera, aperto verso una modernizzazione della Chiesa.
Dopo poco più di un mese mi sveglio per andare a scuola ed
ecco la notizia scioccante: il Papa è morto.
Sono arrivata in motorino sotto casa della mia amica Elena e ricordo che
abbiamo parlato di quando inquietante fosse stato quell’anno.
Le Brigate Rosse,
l’assassinio di Moro, la morte di due Papi.
Ma cosa stava succedendo?
Però quando hanno eletto Giovanni Paolo II mi sono tranquillizzata.
Finalmente uno straniero, uno dell’Est (ma non erano tutti
laici comunisti?) uno abbastanza giovane che rompe i protocolli e chiede aiuto
alla folla perché non sa bene l’italiano.
Mi piaceva.
Non che per questo fossi diventata praticante.
Anzi.
Nell’aprile del 1988 il Papa viene due giorni a Verona.
La
città sembra impazzita. Vengono asfaltate strade, piantati alberi e sistemate
aiuole. Tutti sono in fibrillazione ed io sono abbastanza esterrefatta nel
sentire e vedere tutta l’eccitazione dei miei concittadini.
Il secondo giorno di visita sto seguendo alla TV gli
spostamenti del Papa, così, perché mi
piace sempre vedere Verona in televisione e guardo se riconosco qualcuno.
Dicono che sta per partire alla volta di Negrar e
quindi passerà con la “Papa-mobile” molto vicino a casa mia.
Non so cosa mi è preso, ma sono uscita di corsa e sono
arrivata sotto al ponte del Saval col fiatone ed ho fatto in tempo a vederlo passare
sulla jeep bianca.
Giurerei che ci siamo guardati negli occhi ed è stato
pazzesco.
Ero davanti la televisione anche quando è morto è mi è
dispiaciuto veramente seguire tutta la sua agonia.
Papa Ratzinger non mi è mai piaciuto. Tedesco. E ho detto
tutto.
Tra l’altro ha la colpa di aver deluso mia figlia e
centinaia di altri bambini delle elementari di tutti i paesi vicino l’aeroporto
di Verona, quando nel 2006 invece di sfilare lentamente come previsto, è passato
facendo scattare tutti gli autovelox.
Paura degli attentati ci è stato detto.
Dopo giorni che tutte le maestre avevano fatto preparare
bandierine bianche e gialle e striscioni.
Dopo che tutte le transenne erano state sistemate bloccando
il traffico per ore.
Neanche un salutino con la mano.
E’ riuscito a scalfire la mia scorza dura solo il giorno
delle sue dimissioni.
Lì ho visto un po’ di umanità.
Ieri sera invece sono rimasta piacevolmente colpita.
Ho
delle buone sensazioni, come usano dire gli sportivi prima delle gare.
Papa Francesco (ma quanto bello è questo nome?) è riuscito a
far posare la forchetta a me e mio marito e a farci recitare un Padre Nostro e
un’Ave Maria a tavola. Mai successo.
Dev’essere un segno.
Buon lavoro Papa!
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