mercoledì 29 febbraio 2012

La settima arte


Pochi giorni fa sono stati assegnati i premi Oscar ed io, da brava cinefila, ho visto la sintesi della trasmissione e successivamente mi sono letta diversi commenti sui giornali e sui vari blog.

Così sto ragionando sul cinema e sul fascino che produce su di noi “persone normali”.

Un commento fuori dal coro diceva che questa, tra le cosiddette arti figurative (pittura, scultura, ma anche danza, teatro…) è quella più sopravvalutata, quella dove gli interpreti ed anche i registi, assumono più importanza dei personaggi che raccontano e che tutto ciò mostra quanto meschini siamo.
Non so se sono d’accordo. Sulla meschinità, intendo.

Ma che il cinema catturi in modo trasversale tutti è innegabile.  
Che alla fine siamo portati ad ammirare un attore, pur senza conoscerlo, solo per le parti che ha interpretato o peggio, solo per il suo aspetto, è vero.

Noi viviamo una sola vita. 
A volte cerchiamo di cambiarla, abbiamo dei sogni. Spesso rimangono tali.
Abbiamo bisogno di vivere molte vite, di fantasticare, di confrontarci con altre storie, con altri posti, con altri tempi.

Questo da sempre.
Dai primi cantastorie, da Omero, da chi sapeva raccontare o inventare e andava di paese in paese raccogliendo intorno a sé capannelli di persone che lo ascoltavano rapite.

Questo fin da piccoli, quando vogliamo che la mamma ci racconti ancora una volta quella fiaba. 

Questo ogni giorno, quando origliamo le storie degli altri o ascoltiamo un aneddoto od un pettegolezzo con interesse.

Possiamo ammirare un quadro, una statua, e già una pièce teatrale può coinvolgerci, come pure un balletto…ma il cinema…il cinema è un’altra cosa.

Il cinema ci trasporta nel tempo e nello spazio. 
Ci può mostrare vite simili alle nostre o a quelle dei nostri genitori oppure il futuro, o il lontano passato.
Luoghi meravigliosi dove non andremo mai o che cercheremo di visitare proprio perché li abbiamo conosciuti al cinema.

Vivremo storie di uomini con le nostre debolezze oppure ammireremo il carattere ed il fascino di qualcuno che non saremo mai, ma che vorremmo essere. 

In ogni caso ci saremo sdoppiati, almeno per due ore o giù di lì.
In alcuni casi ci saremo arricchiti, in altri solo svagati o peggio, annoiati. 

Ma è comunque un’invenzione magnifica, con tutti i suoi difetti, il suo giro di denaro assurdo e i falsi miti che crea.

Quando Meryl Streep è salita a ricevere il suo terzo Oscar io mi sono commossa.   
Non so, è come una mia sorella maggiore, una che ammiro da quando l’ho vista per la prima volta in Manhattan. L’ho amata in ogni suo lavoro, da La mia Africa a I ponti di Madison County, da Kramer vs Kramer a Il diavolo veste Prada, da Radio America a Mamma mia.
Non la conosco eppure mi ha regalato momenti di grande felicità e di grande commozione, so che è sposata con lo stesso uomo da più di 30 anni, che ha quattro figli.  Magari è antipatica, ma…io non credo.

Comunque è così: sono una drogata di cinema e pazienza.  

Cerco di stare sempre con i piedi per terra, ma qualche volta: lasciatemi sognare!
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venerdì 24 febbraio 2012

Die Italiener


Torno fresca fresca dall’Alta Val Badia, in provincia di Bolzano.  
Bolzano, Italia, appunto.

Allora com’è che mi sembra di essere appena stata all’estero?  
Per i padroni dell’albergo noi eravamo “die Italiener”.

Lo diceva la signora, al telefono con suo marito Fritz, mentre cercava di organizzarci un’uscita sulle ciaspole. 

Ho studiato tedesco a scuola e qualcosa mi ricordo ancora.
Gli chiedeva se potevamo unirci alla spedizione che aveva organizzato per un gruppo di sloveni arrivati assieme a noi.

Dunque per descriverci ci ha chiamati “gli italiani”. 
Ma loro cosa sono allora? O meglio, cosa si ritengono?
Cosa hanno scritto sui documenti: tirolesi?  

Sono tanto lindi e pittoreschi, ma non ce la fanno proprio a considerarsi italiani.
Costretti al bilinguismo dalla legge, parlano malissimo la nostra lingua e preferiscono il tedesco o il ladino. 

Al ristorante propongono qualche specialità “tipica italiana” alla stregua di quei ristoratori americani con vaghe conoscenze delle nostre ricette: “Spaghetti bolognese” (ma quando mai gli spaghetti sono tipici di Bologna?) e il caffè somiglia pericolosamente a quello d’oltralpe .

Meglio buttarsi sulla loro cucina tradizionale e dire ciao alla dieta.
Colazioni con salumi, uova e formaggio.
Pranzi con canederli, crauti, wurstel e patate. Cene con minestrine di vari colori con pezzetti che galleggiano e carne, carne, carne e dolci dolci dolci.
Poca verdura fresca e poca frutta.
E poi lo strudel: sfornato caldo tutti i pomeriggi e servito con crema di vaniglia a parte. 
Come resistere?

Per fortuna abbiamo sciato e “ciaspolato” molto.   

Le Dolomiti circondano il Passo delle Erbe come una corona rosata. 

Il paesaggio era punteggiato di cirmoli pieni di neve che il vento faceva cadere in nuvole farinose e le piste passavano vicino a bellissime baite usate per l’alpeggio estivo.

I galli forcelli prendevano il volo da sotto la neve, spaventati dal nostro arrivo.

I pochi fondisti che incontri ti salutano con un GrűssGot, ma che importa…anche questa è Italia, che gli piaccia o no, ed è magnifica.

Ho perfino rispolverato il mio tedesco arrugginitissimo.  Ich bin glücklich, Italiener zu sein!
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domenica 19 febbraio 2012

Recensione nella tormenta!



Passo delle Erbe, Val Badia, 2006 metri.  Ecco dove mi trovo in questo momento.
Sta nevicando forte e forse accadrà quello che abbiamo sempre sognato: restare bloccati in un rifugio alpino fino al disgelo…

Ma non mi illudo. Siamo arrivati qui stamattina, appena prima dell’inizio della tormenta.

Abbiamo già testato sia lo strudel che i canederli ed il soggiorno forzato non ci preoccuperebbe più di tanto, ma vedo uno spalaneve dalla mia finestra e quindi giovedì prossimo credo torneremo a casa come previsto.

In realtà volevo scrivere di ieri sera.

Al Teatro Nuovo di Verona ho assistito allo spettacolo Itis Galileo di e con Marco Paolini.
Amo quest’uomo. Ma lo ama anche mio marito e quindi non c’è problema.

Marco Paolini è uno di quegli animali da palcoscenico che da soli riempiono la scena, senza bisogno di nulla tranne la loro voce e la loro verve innata.
E’ bruttino, mal vestito e pure basso, ma io starei ad ascoltarlo per ore. Come racconta le storie lui…è meraviglioso.

Un po’ in italiano, un po’ in veneto. Con dotte citazioni e con modi di dire contadini e popolari.
A casa ho le registrazioni di molti suoi spettacoli: dal mitico Vajont a Marco Polo, Ustica, i Bestiari ed i Cani del gas.
Un paio di anni fa ero andata a vedere “La macchina del capo”. Un bellissimo racconto sulla sua infanzia tra colonie estive e campetti sportivi.

Ieri invece ci ha spiegato Galileo Galilei, Aristotele e Copernico. In mezzo c’erano anche Keplero e Shakespeare.
Ci ha fatto ridere ma anche pensare, come fa sempre. 

La società del 1500 per certi aspetti somigliava drammaticamente alla nostra, con il potere ed il denaro a traino di tutto. Il genio e la meschinità di un uomo che ha cambiato radicalmente la visione del mondo.

Io sapevo poco di Galileo perché, come dice Paolini, non ho fatto il Classico e nemmeno lo Scientifico però lui mi ha fatto venire voglia di approfondire l’argomento.

A giudicare dalla standing ovation finale non sono l’unica che lo farà.

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venerdì 17 febbraio 2012

Il Bacanal del Gnoco

Oggi a Verona è "Venerdì gnocolar", il giorno della sfilata dei carri allegorici.

Il nostro carnevale ha origini molto antiche.
Nel 1531 a seguito di una paurosa alluvione dell'Adige e della calata dei Lanzichenecchi di Carlo V, la città era allo stremo.
Non c'era da mangiare e le rivolte erano all'ordine del giorno.

Un comitato di ricchi signori del rione di San Zeno (il più popoloso di allora) decisero di distribuire farina, olio e vino ai "Sansenati" durante il venerdì precedente la Quaresima.

Quest'usanza continuò negli anni e nei secoli successivi, con la distribuzione gratuita degli gnocchi al pomodoro sulla piazza davanti la Basilica di San Zeno.

La figura dominante del nostro carnevale è quindi Papà del Gnoco in groppa ad un asinello.

Eletto ogni anno, seguendo tutta una serie di regole antichissime. 
Compito di Papà del Gnoco non è solo capitanare la sfilata mascherata, ma fare tutta una serie di visite a scuole, ospedali e ricoveri per tutta la durata del Carnevale. 

Verso la fine dell'ottocento si sono aggiunte altre maschere, una per ogni quartiere.

Quelle a cui i sono particolarmente legata sono il Duca della Pignata ed il Dio dell'Oro.
Appartengono al quartiere di Santo Stefano (la parrocchia della mia infanzia) e rappresentano un ricchissimo signore in tuba e frac che si dice avesse trovato una pentola piena d'oro e perciò avesse organizzato un carnevale in concorrenza con quello di San Zeno con tanto di Luni (lunedì) Pignatar, con distribuzione di minestrone di fagioli a tutti gli "Stefanati".
Sembra che in realtà avesse solo vinto al Lotto, ma la storia è stata romanzata inventandosi anche il Dio dell'Oro che lo accompagna sempre.

Ci sono quindi maschere in ogni quartiere di Verona, alcune nuovissime, ma ognuna è la regina di una festa ad hoc, dove si può mangiare gratis.

La sfilata di oggi pomeriggio si snoderà per tutta la città, con conseguente blocco del traffico e confusione totale per ore.
Alcuni carri sono enormi, tipo quelli di Viareggio, altri più piccoli.
Poi ci sono le majorettes e le bande.
Clown in biciclette stranissime e gruppi mascherati nei modi più bizzarri.

Da quando sono stata ricoperta di schiuma da barba non vado più di persona, ma guardo comodamente dal divano di casa la telecronaca di una TV locale.

Al Luni Pignatar invece ho partecipato anche recentemente: in fondo il mio cuore è rimasto lì, insieme ai "pignatini", i bambini che accompagnano il Duca sul carro, con in testa una pentola dorata.

A proposito: oggi a pranzo rigorosamente gnocchi!!
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giovedì 16 febbraio 2012

Quando Celentano cantava soltanto...

Ecco, allora sì che guardavo il Festival di Sanremo.

Mi ricordo una domenica mattina freddissima, nel secolo scorso.
La sera prima c'era stata la serata finale del Festival, ma eravamo andati a letto presto perchè il giorno dopo dovevamo partire per la montagna.
Stavamo arrivando a Folgaria con alcuni amici e ci siamo fermati apposta a un distributore di benzina per chiedere chi aveva vinto.
"Chi non lavora non fa l'amore", cantata da Adriano Celentano e Claudia Mori.

Compravo Sorrisi e Canzoni, dove c'erano tutti i testi e li imparavo a memoria.
Poi, con una faccia tosta che adesso, purtroppo o per fortuna, non ho più, salivo in cattedra ed il maestro mi faceva cantare davanti tutta la classe.
I miei cavalli di battaglia erano "Ma che freddo fa" di Nada e "La prima cosa bella" dei Ricchi e Poveri.

Ma la passione più grande era per Antoine.
Un cantante francese con i baffi e la faccia simpatica.

Le sue canzoni erano sempre divertenti: La tramontana, Cannella, Titina e Taxi.

Mettevo da parte la mia ridicola paghetta per comprare i suoi 45 giri che ascoltavo sul mangiadischi fino a consumarli.

Quelli erano gli anni d'oro di Sanremo.
Battisti cantava l'Avventura, i Camaleonti Etenità, Dalla insieme ad un violinista affascinante 4 marzo 1943.
Canzoni che sono diventate dei classici.

Oppure è sempre la stessa storia: siccome è il mio passato, mi sembra migliore del presente.

In realtà alcune belle canzoni sono uscite anche dopo. Anzi, molte belle canzoni.
Ma è la formula del Festival che mi ha stancata.
Troppe serate, troppi ospiti che non c'entrano nulla, troppi discorsi.

Fatemi ascoltare delle canzoni e soprattutto fatemi andare a letto ad un'ora decente.

Adesso mi limito ad informarmi il giorno dopo.
Pilucco di qua e di la nella rete, leggendo critiche, guardando le foto degli abiti da sera, ascoltando qualche pezzo.
Dopo alcune settimane, magari sto canticchiando qualcosa e scopro che era una canzone di Sanremo.
Ma dai? 
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martedì 14 febbraio 2012

La festa degli innamorati

Oggi si fa un gran parlare d'amore.
Ovvio: è San Valentino. Tutti i blog, i forum, i giornali e perfino Google dedicano pensieri a questa ricorrenza.
Ed è tutto un domandarsi cos'è l'amore, se esiste davvero quello eterno, se fa più male che bene, se è meglio soli.

Anch'io ho fatto la mia parte.
Ho condiviso la foto della mia torta al cioccolato, simil Sacher, rigorosamente a forma di cuore e con le nostre iniziali di glassa, sulla bacheca di CasaFacile.
Avevo già la foto perchè l'ho preparata domenica. E' anche già finita, ovviamente.

Perchè l'amore è così: non deve essere legato alle date. Spesso non può, visto che magari durante la settimana uno lavora a 160 chilometri da casa e non ce la fa a tornare...

Non si deve codificare l'amore.
Date, usanze, colori delle rose, tipi di pietre.
Se uno dovesse seguire tutte le regole sarebbe peggio che dover timbrare il cartellino ogni giorno.
Anche a me piace prendere spunto dalle tradizioni per trovare una scusa per festeggiare, ma non deve essere una forzatura.

Quello che amo dell'amore in realtà è la quotidianità.
La vita normale di coppia.
Il magnifico tran tran che ti fa stare sereno.
Sapere a chi raccontare le cose. Sapere che c'è chi ti capisce con uno sguardo. Essere complici.
Fare delle cose da soli ma non vedere l'ora di condividerle con l'altro, perchè questo gli da' più significato.

Non mi interessano i grandi gesti, i petali di rosa lanciati da un biplano, le dediche sulle facciate dei palazzi. 

Mi piacciono le piccole sorprese, ma preferisco le grandi certezze.

Mi piace sapere che lui quando parla di me ha gli occhi che gli brillano, che gli altri lo prendono un po' in giro perchè è un marito fedele, dopo tutti questi anni.

Eh sì, l'amore per me è anche questo: fedeltà che non pesa e considerare l'altro desiderabile come il primo giorno.
Sono piccoli miracoli, ma accadono. Basta crederci.
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lunedì 13 febbraio 2012

I bar del pisolino


So già dove mi fermerò la prossima volta che andrò a Parigi: al “Zen zzz”, un bar à sieste.

Cos’è? 
Un locale dove per 12 euro ti puoi accomodare in un angolo appartato, con lettino o poltrona relax e  schiacciare un pisolino per un quarto d’ora.

Sapendo quanto può essere piena e faticosa una mia giornata a Parigi, mi sembra un’ottima idea.

In realtà, la notizia che ho letto stamattina dice che il target dell’operazione è costituito da manager stressati che così si ricaricherebbero prima delle riunioni pomeridiane.

I soliti studiosi dell’acqua calda hanno scoperto il “power nap”, che serve a rigenerarsi e recuperare forze durante le nostre frenetiche giornate.

Infatti a furia di tirare la corda, di accorciare le pause pranzo fino a eliminarle quasi del tutto, di riempire le ore serali di mille attività, di palestre, happy hour e soste in locali per aspettare l’apertura di altri che prima delle 2 non si balla, dormiamo troppo poco.

Il nostro corpo ci chiede il conto.  

Lo so, sembra  uno spreco. Tutte queste cose da fare, da vedere. 
La vita è troppo breve. 

Ma non c’è scampo. Sniffare coca non è la soluzione migliore per essere pimpanti. 
Ci vuole un pisolino e anche qualche bella dormita da 10 ore ogni tanto.  

Io ormai le ore piccole le vedo solo perché mi sveglio presto, non perché vada a letto tardi. 

Ma il risultato non cambia: anch’io ho bisogno di dormire di più.
Infatti la sera basta una pubblicità di troppo e mi sveglio che il film è già quasi finito e non so chi era l’assassino. 

Sì: la pennichella è una di quelle cose demodé che bisognerebbe ripristinare.

Resto in attesa della prossima riscoperta: l'ombrellino parasole? Il baciamano? Il vermouth? La quadriglia? Staremo a vedere...
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domenica 12 febbraio 2012

Magnifico isolamento


Sta nevicando, oggi si sta a casa. Finalmente.
Tuta, calzettoni pesanti, divano.

Sono arrivata a questo fine settimana con la faccia bianca di chi ha preso antibiotici per 6 giorni e due impegni “mondani” ai quali partecipare senza scuse. 

Così venerdì sera, affrontando un gelo siberiano, siamo andati alla consegna della ormai consueta borsa di studio a mia figlia. 

I suoi exploit non fanno più notizia, ma invece non si finisce mai di inorgoglirsi per quanto è brava e così l’abbiamo accompagnata ben volentieri.

Solo che è stato pesante. 
Caldo, freddo, caldo. Bora e aria calda a palla. 
Molti discorsi sull’eccellenza dei nostri giovani, sul futuro nelle loro mani, bla bla.

Un tipo, alquanto meritevole ma privo del dono dell’oratoria, ci ha parlato della sua esperienza di gestore di una casa-famiglia.   Il valore del sentirsi amati rispetto al successo.  

Bello, ma: quando si mangia?   Elegante buffet, ma avrei preferito sedermi.   
La mia guancia era tornata a dimensioni normali ma il pallore era evidente.

In qualche modo è finita e sabato replica.

La mia famiglia allargata orbita tra Verona e Padova. 
Questa volta toccava la Cresima di mia nipote.

Quindi autostrada, neve e gelo costanti.   
Arrivo presso una chiesa troppo piccola per ben 58 cresimandi. Parcheggio lontanissimo. Bora gelida, perché mi sono messa la gonna?

Una cerimonia che è durata quasi 2 ore,  tra più di 700 parenti.   
Avevano montato un maxischermo.
In chiesa era la prima volta che lo vedevo. D’altra parte è stato l’unico modo per individuare mia nipote.

Il coro ha cantato non meno di 15 canzoni, con un entusiasmo e un volume degno della settimana sanremese che sta per iniziare.  
Non fosse stato per il freddo che saliva dal pavimento di marmo e che mi costringeva a battere i piedi, sarei stramazzata dopo un’ora.

Verso le 20 ci hanno  liberato e ancora passeggiata gelida fino all’auto gelida. 

Cercare il ristorante, benedetto navigatore.   
Altra sventolata e poi cena interminabile fino dopo le 23.  
Lo so, non avrei dovuto fare il bis del tortino di cioccolato, ma avevo un calo di serotonina.

Saluti e baci, alla prossima cerimonia.   
Nuova sventolata gelida, un’ora di autostrada spazzata dal nevischio, un cane che ci aspettava con un disperato bisogno di uscire a fare pipì e finalmente a nanna.

Oggi insalata e fermenti lattici. Non esco neppure se torna il terremoto.
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venerdì 10 febbraio 2012

Anni ruggenti

Ho visto l’altro ieri uno degli ultimi film di Woody Allen: Midnight in Paris.

Nella videoteca di casa mia il vecchio Woody occupa un bel ripiano, con tutta la sua filmografia dagli esordi ad ora.  Ci piace quello che fa, tranne come si pettina…

Il film ha tutte le caratteristiche per piacere a me e mio marito.   
C’è Parigi con la sua bellezza, le stradine di Montmatre ed i bistrot con i tavolini più minuscoli del mondo. 

I luoghi che amiamo, dal giardino della casa di Rodin al mercato delle pulci, dalle scalinate vicino il Sacro Cuore ai lungo Senna così romantici.

Poi c’è l’insoddisfazione del presente e il desiderio di vivere in un passato considerato migliore.
Un argomento di cui ho scritto spesso.   
Questa nostalgia che ti fa vedere solo i lati positivi di un’epoca lontana, una scusa che si trova quando non si riesce a concludere nulla e si pensa che “allora sì che avrei potuto diventare qualcuno! Allora sì che sarei stato felice!”.

Il nostro protagonista (Owen Wilson, un attore che ho sempre considerato un idiota, ma che qui è bravino) è uno sceneggiatore Hollywoodiano con il sogno di scrivere un romanzo. 
Crede che sia impossibile farlo a casa propria e pensa come prima cosa di trasferirsi a Parigi, decisamente osteggiato dalla sua fidanzata.   

Nel suo immaginario comunque il momento parigino ideale per avere la giusta ispirazione sarebbe quello dei “ruggenti anni ‘20”, quando la città era frequentata da Scott Fitzgerald e Hemingway, quando si frequentava il salotto di Gertrude Stein e potevi incontrare un giovane Dalì e sentire Cole Porter agli inizi della sua carriera.

Woody Allen gli fa magicamente vivere delle notti in quell’epoca, gli fa incontrare tutti i suoi eroi ed anche l’amore, forse.
Ma qui viene il bello. 

La ragazza, che frequenta abitualmente tutto quest’ambiente intellettuale e considerato fonte di ispirazione dal protagonista, gli dice che il vero periodo d’oro per lei era quello della Belle Epoque, quando si potevano incontrare Degas, Tolouse-Lautrec e Gauguin.  

Vengono trasportati in quell’epoca e lei decide di restarci, affascinata dal Mulin Rouge ed il can can.

Il protagonista invece forse ha imparato la lezione.   
Torna al presente, molla la fidanzata più antipatica che potesse avere, reincontra una simpatica ragazza che lavora al mercato delle pulci e si avviano insieme sotto la pioggia, che entrambi amano.

Così come amano le cose del passato, ma senza restarne imprigionati.
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martedì 7 febbraio 2012

Hit parade

Quando ero piccola l'appuntamento radiofonico "must" era quello del venerdì all'ora di pranzo.
Lelio Luttazzi presentava Hit Parade.
Sembra preistoria a pensarci adesso.  Voglio dire: una famiglia riunita a tavola che ascolta la radio.
Ma era così.  Ascoltavamo anche la Corrida con Corrado e il Gambero con Tortora e ovviamente Alto Gradimento con Arbore e Boncompagni.

Ho ripensato a Hit Parade perchè su Facebook c'è questa nuova idea che gira: 30 giorni di musica.
Bisogna fare una sorta di classifica che parte dalla canzone preferita, passando da quella che ci fa piangere, ridere, ricordare determinate cose e così via.
Ho aderito.

Visto che avevo già stilato personali classifiche di film, ho pensato che parlare di musica era la logica conseguenza.
Il dilemma è stato trovare la mia canzone preferita.
Già quando devo decidere i video della settimana da mettere nel blog, mi perdo per delle mezz'ore su Youtube, quindi dover scegliere "la" canzone è stata dura.

Da qualcuno dovevo pur iniziare e così ho eletto Billy Idol, la sua faccia stupenda e la sua Eyes without a face.   Billy Idol era una delle mie passioni giovanili, mi ricorda il periodo londinese, Kings Road e i punk ed il juke box dell'ostello dove lavoravo.
Per lo stesso motivo seguiranno a ruota i Police con Every breath you take.

Poi spazierò dai Supertramp ai Simply Red, passando per i Pink Floyd e Alan Parsons Project.
Sento che non resisterò e metterò Sandy Marton che al Festivalbar canta People from Ibiza.
Sade e il suo Sweetest taboo ma anche i Linkin Park con Bleed it out.

Caro Emerald e Adele, così carnose e brave. Amy Winehouse e Giorgia: bisogna.
Poi le cavolate che si cantano senza volerlo: un Ricky Martin prima dell'outing o gli Wham dei bei tempi.
Chissà se c'è posto per le sigle televisive tipo "All'arrembaggio" o "Gotta catch'em all", mi ricordano l'infanzia di mia figlia e quando le risento mi struggo.

Sarà divertente. La musica è una cosa meravigliosa.
Evocativa, consolante, di compagnia.
Distrae, se serve è complice.
Aiuta a ricordare ma anche a dimenticare.

Magia delle sette note.
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lunedì 6 febbraio 2012

La lingua batte dove il dente duole

Brutta giornata oggi.
Un molare otturato solo 35 anni fa ha iniziato a farmi male.
La mia guancia sembra quella del Padrino e alle 16.30 un dentista, sconosciuto ma disponibile, mi aspetta al varco.
Preferirei partorire di nuovo. Ho detto tutto. E non mi hanno fatto l'epidurale.
Ma tant'è.

Come odio stare male. Avere bisogno di fidarsi di estranei che ti manipolano, ti trattano come numeri, ti sgridano perchè ti sei trascurato (bisogna passare il filo interdentale!!!) e ti fanno sentire come quando avevi cinque anni e non avevi fatto in tempo ad andare in bagno...

Io fortunatamente sono stata male poche volte nella vita, giusto un'appendice tolta e due tonsille.

Però ho ben presente come, solo per aver varcato la soglia di uno studio medico o di un ospedale, ci si senta subito sradicati, senza potere e alla mercè di chiunque indossi un camice.

Dalle inservienti alle infermiere che ti danno del tu e ti rivoltano come un calzino.
Non c'è intimità, non c'è pudore. Ti fanno domande imbarazzanti, ti scoprono, ti manipolano parlando dei fatti loro e tu sei lì, come un fantoccio, e devi pure collaborare.

Poi arrivano i medici, sempre in gruppi numerosi, e tra di loro parlano del tuo caso come tu non fossi nemmeno lì, facendo qualche domanda ma non rispondendo a nessuna delle tue.

I dentisti in realtà sono un caso a parte.
Loro ti riempiono la bocca di tamponi e tubicini, poi iniziano a parlarti o, se sono in vena, a fare battute. 
Bisogna avere la mimica facciale di Jim Carrey per poter interagire oppure inviare le nostre risposte telepaticamente.
Odio quando ti fanno l'anestesia e tu resti lì ad aspettare, sotto questa sfilza di orrendi trapani per interminabili minuti, sentendo in sottofondo il rumore di altri trapani nelle stanze vicino.

Adesso inizierò il mio training autogeno: penserò a Parigi, chiuderò gli occhi e sarò sul BatObus, nessun trapano ronzante mi distrarrà dalla mia visita virtuale, mi berrò anche un Pastis per togliere il saporaccio che avrò in bocca. 
Presumo che solo un dolore sordo alla guancia mi farà tornare alla dura realtà.
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giovedì 2 febbraio 2012

Il mio blog è versatile!

Sembra che io sia stata nominata in questa specie di catena di S.Antonio dei blogger.

Ringrazio di cuore Laura di "Vivere a piedi nudi" per averlo fatto.
Non ci conosciamo di persona ma le visite assidue ai nostri rispettivi blog ci hanno fatto diventare amiche.
Lei è una donna così creativa, piena di un entusiasmo contagioso.
Io non ho sicuramente la sua manualità, ma i suoi post mi illudono sempre che potrei farcela, impegnandomi.

Le regole di questa catena dicono che devo scrivere 7 cose su di me, per descrivermi.
Potrei dire: questo blog parla quasi esclusivamente di me, quindi chi lo legge sa già tutto. Ma, per i più pigri, cercherò di riassumere gli oltre 250 post incastrandoli in 7 punti:
  1. Sono nata negli anni '60 e questo fa di me una donna ormai di mezza età, nostalgica, con la lacrima facile, che vorrebbe avere 20 anni di meno, ma sapere tutto quello che sa oggi.
  2. Sono una moglie felice. Ho trovato un marito di seconda mano, ma ben tenuto.
    Ha portato in dote due figli meravigliosi e ha trovato perfino la forza di farne una con me, la nostra mitica 15enne secchiona.
  3. Ho fatto molti lavori, alcuni per caso, altri costretta. Dall'indossatrice alla viticoltrice, dalla bancaria alla cameriera a Londra. Adesso faccio la casalinga perchè quando dopo una pausa di 7 anni ho cercato di riprendere, nessuno mi ha voluta. La mia autostima in questo senso è alle stelle.
  4. Lato positivo della mia casalinghitudine è il tempo libero. Posso dedicarmi a tutti i miei hobby: lettura (romanzi di tutti i tipi), cinema, giardinaggio, questo blog, mia figlia in tutte le sue sfaccettature, la casa, la cucina...quando sono in vena taglio e cucio.
  5. Ho un cocker nero, Tabù. Io preferirei i gatti, ma al sesto falciato davanti casa, abbiamo rinunciato. Come si dice: gli voglio bene, ma non sono innamorata. I gatti erano un'altra cosa...
  6. Non mi piacciono i luoghi affollati, la confusione, la musica ad alto volume.
    Vorrei andare al mare, ma con queste premesse, va da sé che preferisca la montagna.
  7. Sogno sempre di riuscire a scrivere un romanzo autobiografico, dove racconto di come ho buttato via  5 anni della mia vita, dai 25 ai 30 anni, amando un uomo senza coglioni. Mi fermo sempre intorno alla cinquantesima pagina, incazzata nera perchè nessuno mi risarcirà...
Adesso dovrei elencare 15 blog, con meno di 200 followers, tra i miei preferiti.
Vabbè che ho del tempo libero, ma 15 blog? Io riesco a seguirne forse 6 o 7.
Due non posso nominarli perché hanno centinaia di seguaci, ma lo farò lo stesso: Diegozilla e la 27esima ora.

Gli altri sono:

Il sopracitato Vivere a piedi nudi
La bussola e il diario: la vita e il viaggio
Passe-partout
Una civetta e tre quarti

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mercoledì 1 febbraio 2012

La teoria della felicità

Ecco uno spiraglio in questa grigia e gelida giornata: la lettura di questo articolo su Repubblica.it.

Dunque è così: invecchiando si diventa più felici.

Mah...io ero rimasta al famoso "invecchiando si diventa più saggi", però quasi quasi preferisco la nuova versione.

I soliti scienziati hanno fatto i loro bravi studi e hanno stabilito che l'età porta a selezionare i ricordi e le situazioni spiacevoli, a rimuoverli quindi a concentrarsi solo su ciò che fa star bene.

Mi pareva che questa fosse la classica "arterio sclerosi", la tipica demenza senile.
Quando un sorrisino ebete ti aleggia sul volto e ridacchi senza motivo.

Vedi che mi sbagliavo.

Quindi è logico pensare che avvicinandosi la decadenza e la morte uno sia più contento di quando era giovane.
Pare che la giustificazione data dagli studiosi sia che non si è più concentrati a raggiungere obiettivi impossibili, che non si perde più tempo a discutere, a progettare, a sognare.

Ma non si chiamava "rassegnazione"?

Io credo solo che la natura venga in aiuto e giustamente ci faccia un po' rincoglionire, in modo da consentirci di affrontare la vecchiaia senza suicidarsi prima.

Adesso come adesso, ma evidentemente sono ancora giovane (!), non vedo motivi di felicità in questa corsa innarrestabile verso la terza età, anzi, ridatemi pure tutti i problemi dell'adolescenza e i sogni di allora.

Rivoglio tutta l'infelicità dei miei sedici anni...dai facciamo cambio!
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